DALL'ITALIA10:18 - 30 luglio 2010

Perché Berlusconi ha cacciato Fini, visto da Giorgio Dell'Arti

il cavaliere ha buttato fuori dal Pdl Gianfranco Fini, ma potrebbe anche aver accelerato, senza volerlo, la fine del suo governo e dell'era cosiddetta "berlusconiana". Dipenderà soprattutto dalla consistenza dei nuovi gruppi

di Giorgio Dell'Arti
<p>Perché Berlusconi ha cacciato Fini, visto da Giorgio
Dell'Arti</p>
PHOTO GETTY IMAGES

Berlusconi ha buttato fuori dal Pdl Gianfranco Fini, ma potrebbe anche aver accelerato, senza volerlo, la fine del suo governo e dell'era cosiddetta "berlusconiana". Dipenderà soprattutto dalla consistenza dei nuovi gruppi che i seguaci del presidente della Camera costitueranno a Montecitorio e a Palazzo Madama e, tra qualche giorno o qualche settimana, dalle decisioni che la Lega sarà costretta a prendere di fronte al rischio che la riforma federalista non vada in porto.

LA CRONACA
Dopo due giorni e una notte di riunioni, ieri sera l'ufficio di presidenza del Pdl ha deferito ai probiviri del partito i tre finiani Italo Bocchino, Carmelo Briguglio e Fabio Granata, e approvato (33 favorevoli e 3 contrari) un documento durissimo contro Gianfranco Fini, a cui ha anche chiesto di lasciare la presidenza della Camera. «L'ufficio di Presidenza considera le posizioni dell'onorevole Fini assolutamente incompatibili con i principi ispiratori del Pdl, con gli impegni assunti con gli elettori e con l'attività politica del Pdl. Di conseguenza viene meno anche la fiducia del Pdl nei confronti del ruolo di garanzia di presidente della Camera indicato dalla maggioranza che ha vinto […] L'atteggiamento di opposizione sistematica al nostro partito e nei confronti del governo, che nulla ha a che vedere con un dissenso che legittimamente può essere esercitato all'interno del partito, ha già creato gravi conseguenze sull'orientamento dell'opinione pubblica e soprattutto dei nostri elettori, sempre più sconcertati. La condivisione di princìpi comuni e il vincolo di solidarietà con i propri compagni di partito sono fondamenti imprescindibili dell'appartenenza a una forza politica […] Partecipare pubblicamente al gioco al massacro che vorrebbe consegnare alle Procure della Repubblica, agli organi di stampa e ai nostri avversari i tempi, i modi e perfino i contenuti della definizione degli organigrammi di partito e la composizione degli organi istituzionali, è incompatibile con chi si riconosce nel Pdl. Assecondare qualsiasi tentativo di uso politico della giustizia; porre in contraddizione la legalità e il garantismo; mostrarsi esitanti nel respingere i teoremi che vorrebbero fondare la storia degli ultimi sedici anni su un "patto criminale" con quella mafia che mai come in questi due anni è stata contrastata con tanta durezza, significherebbe contraddire la nostra storia e la nostra identità».

LA RISPOSTA DI FINI
Fini ha risposto dichiarando subito che non si dimetterà da presidente della Camera e che quel ruolo non è comunque nella disponibilità del presidente del Consiglio. Ha poi convocato una conferenza stampa, che si è tenuta oggi pomeriggio all'hotel Minerva di Roma (a un passo dal Senato), e qui, davanti alla sala gremita di giornalisti e con i parlamentari dei suoi gruppi schierati sorridenti vicino a lui, ha letto una dichiarazione di una pagina e mezza. Ecco i passaggi di maggior rilievo: «In due ore, senza la possibilità di esprimere le mie ragioni, sono stato di fatto espulso dal partito che ho contribuito a fondare. Ovviamente non darò le dimissioni da presidente della Camera perché il presidente della Camera deve garantire il parlamento e non la maggioranza che lo ha eletto». Anzi proprio la richiesta di dimettermi mostra una «concezione non proprio liberale della democrazia: l'invito a lasciare perché è venuta meno la fiducia del Pdl è figlio di una logica aziendale, modello amministratore delegato-consiglio d'amministrazione, che di certo non ha nulla a che vedere con le nostre istituzioni».

Il presidente della Camera, anche se eletto da una parte sola, deve infatti garantire tutti i componenti dell'assemblea. «Ieri è stata scritta una brutta pagina per il centrodestra e più in generale per la politica italiana. Io mi sento particolarmente impegnato sul tema della legalità per onorare il patto con i nostri milioni di elettori onesti, grati alla magistratura e alle forze dell'ordine, che non capiscono perché nel nostro partito il garantismo significhi troppo spesso pretesa di impunità». Ha poi concluso: «Ringrazio i tantissimi cittadini che in queste ore mi hanno manifestato solidarietà e mi hanno invitato a continuare nel nome di princìpi come l'amor di patria, l'unità nazionale, la giustizia sociale, la legalità intesa nel senso più pieno del termine: cioè lotta al crimine come meritoriamente sta facendo il governo. Ma anche etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole»

I FINIANI
In base ai primi conteggi, i finiani alla Camera, cioè i deputati aderenti al nuovo gruppo Futuro e Libertà per l'Italia,  sarebbero 33. I nomi sono stati letti dal presidente di turno di Montecitorio, Maurizio Lupi (Pdl): Italo Bocchino, Carmelo Briguglio, Fabio Granata, Enzo Raisi, Luca Barbareschi, Francesco Proietti Cosimi, Francesco Divella, Antonio Buonfiglio, Claudio Barbaro, Maria Grazia Siliquini, Flavia Perina, Angela Napoli, Luca Bellotti, Aldo Di Biagio, Antonino Lo Presti, Giuseppe Scalia, Giorgio Conte, Benedetto Della Vedova, Adolfo Urso, Mirko Tremaglia, Alessandro Ruben, Andrea Ronchi, Donato Lamorte, Giulia Bongiorno, Catia Polidori, Carmine Santo Patarino, Giulia Cosenza, Silvano Moffa, Roberto Menia, Gianfranco Paglia, Giuseppe Angeli, Giuseppe Consolo, Souad Sbai.
Al Senato sembra certa l'adesione di Franco Pontone, Maurizio Saia, Giuseppe Valditara, Mario Baldassarri, Maria Ida Germontani, Egidio Digilio, Giuseppe Menardi e Pasquale Viespoli. Otto nomi, che non bastano a formare un gruppo. Ma sarebbero in arrivo, dal partito di Raffaele Lombardo, Giovanni Pistorio, Vincenzo Oliva e Sebastiano Burgaretta. Ed entrerebbe in Futuro e Libertà anche Adriana Poli Bortone, che da An non volle confluire nel Pdl. Ha detto ufficialmente di no il sindaco di Roma Gianni Alemanno e sembrano più inclini a restar fuori Andrea Augello, Laura Allegrini, Oreste Tofani, Cesare Cursi e Antonio Paravia.

EQUILIBRI
Alla Camera i 33 finiani sono sufficienti a togliere la maggioranza al governo, che scende dagli attuali 342 voti garantiti a 309 (o forse addirittura 308). Per esser maggioranza ce ne vogliono minimo 316. Al Senato, Berlusconi godeva fino ad ora dell'appoggio di 175 parlamentari, su una maggioranza minima richiesta di 162. Anche qui è probabile che il numero dei finiani sia sufficiente a mandarlo sotto. D'altra parte, ancora nella conferenza stampa, Fini ha ribadito che il governo non perderà l'appoggio di Futuro e Libertà. Il nuovo partito però non si sentirà impegnato a votare i provvedimenti che non condivide o che a suo parere non corrispondono al programma elettorale.

CAMPAGNA ACQUISTI
Berlusconi starebbe tentando di portare dalla sua parte qualche parlamentare dell'Udc, e avrebbe corteggiato, per esempio, Renzo Lusetti (eletto col Pd e passato poi a Casini) e anche Dorina Bianchi (stesso percorso). Forse senza esito. Il portavoce dell'Udc, Antonio De Poli, ha denunciato «l'indecente campagna acquisti» in corso in queste ore. Ha poi aggiunto: «Consiglio a tutti di non perdere il senso della misura e di mantenere un comportamento serio e responsabile poiché le conseguenze potrebbero gettare grave discredito sulle istituzioni e generare effetti davvero spiacevoli».

LA LEGA
Le deleghe per la realizzazione del federalismo scadono il prossimo 20 maggio. Dunque Bossi ha fretta, perché le elezioni anticipate sono un'eventualità possibile e il capo del Carroccio non pensa di potersi presentare ai suoi elettori senza quella riforma. Ieri, a chi gli chiedeva di dare un consiglio a Berlusconi, Bossi ha risposto: «Che se ne vada in ferie».

GLI SCENARI
Non esiste una via costituzionale per mandare via Fini e anche un'eventuale raccolta di firme tra i deputati del Pdl suscita molte perplessità: dovrebbe essere in ogni caso lo stesso Fini ad ammettere la costituzionalità di un'iniziativa del genere. L'ipotesi che Berlusconi, esasperato dalle manovre dei suoi ex amici, si presenti a un certo punto al Quirinale per dimettersi sono direttamente proporzionali all'eventualità che poi Napolitano sciolga effettivamente le Camere. Scelta impossibile per il Presidente se in Parlamento si concretizzasse una nuova maggioranza. Il Pd, che vuole costringere il presidente del Consiglio a presentarsi in Parlamento, punterebbe a un esecutivo Draghi, che cambi la legge elettorale e affronti la questione economica. Nel partito su questo punto però il dibattito è molto forte e i contrasti notevoli (del resto, tra i finiani, si intravede già, all'orizzonte, un eventuale gruppetto di opposizione a Fini, capitanato da Augello). Casini, che Berlusconi punta a far entrare nell'esecutivo, vuole la cancellazione dell'attuale legge elettorale (di cui a suo tempo fu il padrino) e il ritorno (più o meno) al proporzionale. Sia il Pd che i finiani sono invece maggioritaristi.

PIATTAFORMA
Poco prima dell'atto finale di questa vicenda, Fini aveva offerto, con un'intervista al Foglio, una specie di tregua. Si trattava di «resettare tutto senza risentimenti». «Berlusconi ed io non abbiamo il dovere di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno con gli italiani. Per questo ci tocca il compito, anche in nome di una storia comune non banale, di deporre i pregiudizi, di mettere da parte carattere e orgoglio, di eliminare le impuntature e qualche atteggiamento gladatorio delle tifoserie». L'intervista conteneva una proposta in cinque punti, che lo stesso Italo Bocchino ha riassunto così sul blog di Generazione Italia: «1. Un nuovo patto di legislatura e un nuovo programma; 2. Gli Stati generali dell'economia per rilanciare il Paese e renderlo maggiormente competitivo nello scenario internazionale; 3. Un codice etico per il Pdl; 4. Una commissione per studiare la compatibilità del federalismo con i conti pubblici e la coesione nazionale; 5. L'azzeramento dell'organigramma del partito». Si trattava di cinque proposte, in realtà, irricevibili da parte del Cavaliere. La prima avrebbe imposto un rimpasto di governo, orientato anche dai finiani. La terza e la quinta avrebbero rappresentato il riconoscimento che nel Pdl esiste una questione morale, che i magistrati non hanno tutti i torti e che quindi l'attuale trio dei coordinatori va messo in crisi con le dimissioni come minimo di Verdini. La quarta metteva in dubbio la compatibilità economica del federalismo e andava contro Bossi. La seconda metteva in mora Tremonti e apriva a Bersani, verso il quale c'era un riconoscimento esplicito: «Bersani oggi alla Camera […] è stato convincente». In pratica Fini proponeva a Berlusconi di guidare un nuovo governo, di larghe intese o di passaggio o di emergenza, con una maggioranza che comprendesse anche il Pd e/o l'Udc. Il Cav non avrebbe mai potuto accettare.

 

 


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