DALL'ITALIA15:58 - 16 agosto 2010

L'alluvione e il dramma perpetuo del Pakistan

Terzo appuntamento con la «top ten» delle crisi umanitarie più gravi, e dimenticate, del mondo. Dopo la malnutrizione infantile, l'Afghanistan, ecco il dramma del Pakistan. Appena colpito da un'alluvione, ferito da sempre dalla violenza

di Alessia Arcolaci
<p>L'alluvione e il dramma perpetuo del Pakistan</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

Roma, il sole cade a picco sulla città.
Kamal è al lavoro, come ogni giorno nel suo negozio di alimentari. La radio trasmette le notizie del giorno: il Pakistan è travolto dalle inondazioni
.

«Il solito pacco d'acqua, Kamal, grazie».
«Ecco signorina, grazie mille, buongiorno».
«Tutto bene? Come mai tua moglie non c'è oggi?».
«L'alluvione…. è disperata, tanti nostri amici e parenti sono dispersi. E' rimasta a casa attaccata alla tv per gli aggiornamenti».
Guarda verso il cielo: «Allah è dappertutto, Lui vede, Lui decide».

Sono oltre 1.400 i morti causati dall'alluvione che negli ultimi giorni ha colpito il Pakistan. Ventimila sfollati, con l'aggiunta dell'allarme colera.

Repubblica Islamica, il Pakistan, «terra dei puri» secondo la traduzione dall'urdu, è il maggior stato musulmano al mondo dopo l'Indonesia.

Anche Kamal è musulmano, lo vedo ogni giorno pregare in negozio, al tramonto, rivolto alla sua Mecca. La moglie veste all'occidentale, è molto bella e giovane, ama l'Italia ma spera di mettere da parte abbastanza soldi insieme al marito per far trasferire in Italia anche le loro famiglie. E ricominciare tutti insieme una nuova vita. Lontano dalla guerra e dalla paura.

Identificato come nido e base di Al Qaeda, il Pakistan viene soprattutto ricordato  come terra di attentati in moschee, caserme, alberghi e mercati, offensive contro i talebani e scontri con l'esercito.

Ben poco sappiamo degli oltre due milioni di persone nomadi nella loro terra a causa dell'eterno conflitto che coinvolge l'esercito del paese e i numerosi gruppi armati nella North West Frontier Province (NWFP) e nelle Federally Administred Tribal Areas (FATA).
Delle vittime all'ordine del giorno.

Scuro in viso e con una mano stretta al petto, Kamal racconta la sua gente: «Ci sono zone del Pakistan quasi sconosciute a noi stessi per la difficoltà di raggiungerle. Zone in cui la violenza è la normalità, il quotidiano».

Le limitazioni sugli spostamenti e la mancanza totale di sicurezza rendono quasi impossibile raggiungere i centri sanitari e le zone in cui le ong lavorano, più volte costrette a sospendere le proprie attività (come denuncia anche Medici Senza Frontiere) perché prese di mira e impossibilitate a fornire assistenza vitale.

«Molti amici, cari amici», continua, «sono rimasti bloccati nelle proprie case durante offensive del governo, in trappola, senza cibo, acqua e bisognosi di cure mediche». Prigionieri di se stessi: «In tutte le regioni del Pakistan ci sono scontri, è così da sempre. Molti fuggono in Afghanistan, raggiungono i campi per gli sfollati ma non vivono, non veramente. Lì non è possibile. La violenza non si ferma mai».

Medici Senza Frontiere assiste migliaia di sfollati, offre cure alle madri e ai bambini e si è trovata spesso costretta a richiamare le parti coinvolte nei conflitti perché venisse rispettata la sicurezza di ospedali e strutture mediche. Anche in questo contesto, la gestione degli aiuti umanitari è stata ampiamente collegata a obiettivi politici e come in tutte le zone di conflitto in cui opera, Msf si dissocia da queste strategie, restando indipendente e non accettando nessun tipo di finanziamento dai governi.

Kamal continua a raccontarsi, come se stesse sfogliando a ritroso l'album dei ricordi, sembra non volersi fermare.
Lo ascolto, è puro.

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