DALL'ITALIA17:26 - 17 agosto 2010

Francesco Cossiga: l'intervista di Vanity Fair, le vignette

L'ex Presidente in una conversazione del 2005. E la gallery della satira su di lui

di Luca Telese
<p>Francesco Cossiga: l'intervista di Vanity Fair, le vignette</p>
PHOTO LAPRESSE

SFOGLIA LE VIGNETTE  DI VANITY FAIR E DELLA RETE SU FRANCESCO COSSIGA

 

Presidente, vorrei farle un'intervista sull'anniversario.
«Ah sì? Quale?».

Quello che cade questa settimana. Non se lo ricorda?
«Oddio, mi faccia pensare: la festa della Repubblica no… La Liberazione nemmeno. Non mi viene in mente nulla. E dire che io gli anniversari me li ricordo tutti».

Guardi, sono passati vent'anni esatti.
«Da quando?».

Dal giorno in cui lei è entrato per la prima volta al Quirinale.
«Ahhh. Davvero, non ci avevo pensato».

Così ci può spiegare come si diventa presidente della Repubblica. Una lezione per chiunque voglia cimentarsi.
«Ma non so come si fa! Sono l'ultima persona a cui chiederlo. Sospetto di essere riuscito a diventarlo proprio perché non volevo».

Vuol farci credere che non aveva mai pensato di poter salire sul Colle?
«Pensare sì, desiderare è un'altra cosa. Ho pensato che avrei avuto una possibilità quando divenni presidente del Senato. Ma anche lei, credo, avrà pensato talvolta di poter diventare direttore del Corriere della Sera, no? Una cosa è pensare, un'altra è desiderare».

C'era chi desiderava più di lei, ovviamente.
«Accipicchia. Sia Amintore Fanfani che Arnaldo Forlani ci avevano fatto più di un pensiero».

E il desiderio non li aiutò?

«Per nulla. Caddero vittima, come succede in questi casi, dei veti incrociati. Fanfani non piaceva ai socialisti, Forlani ai comunisti. Un giorno mi chiamò Ciriaco De Mita, allora segretario della Dc, e mi disse: "Questi due non ce la fanno, tieniti pronto, perché proveremo a puntare su di te"».

Quindi il primo consiglio: disinteressarsi per ottenere.
«No, primo consiglio: non avere scheletri negli armadi».

E lei ne aveva?
«Uno che mi angustiava molto. Proprio in quei mesi mi ero separato da mia moglie. Si era mai visto un presidente single, o divorziato? Temevo una campagna di stampa, lo dissi a De Mita».

Che cosa le rispose?
«Frègadene, Francesco».

Ebbe ragione.
«I giornali, contrariamente a quel che accade in America, si comportarono molto civilmente, non scrissero nemmeno una riga. Dopo l'elezione, però, in tv…».

Qualcuno tirò fuori la signora Giuseppa?
«Ogni giorno, per intere settimane, Striscia la notizia un vero e proprio tormentone: "Dov'è la Peppa? Dov'è?"».

E lei?
«Quella volta, scusi il termine prosaico, mi incazzai».

Chiamò Antonio Ricci?
«Macché. Memore della frase di Churchill secondo cui non si chiamano mai i direttori, ma direttamente gli editori, alzai il telefono e dissi a Confalonieri: "Riguardasse me non direi nulla, ma mia moglie ha diritto a non essere messa alla berlina"».

E Confalonieri?
«Convenne: "Hai ragione"».

Tutto risolto?
«Nulla, il tormentone continuò. In quei giorni poteva più Striscia il Quirinale».

Torniamo ai consigli per aspiranti
«Ah, sì. Visto che non morivo dalla voglia di essere eletto, potei permettermi il lusso di porre delle condizioni. Non volevo essere cotto e bruciato alla griglia, spiegai che volevo essere eletto al primo scrutinio, altrimenti rinunciavo».

Mica male.
«Poi mi ritirai nel convento dei Rosminiani».

Olimpico, distaccato dal mondo…
«Non dica fesserie. Ero in campo! Mi feci installare una linea telefonica in camera. E lì mi chiamò Alessandro Natta per dirmi che i comunisti mi appoggiavano».

E Pertini? Si dice che ci fosse rivalità fra voi…
«Una vera e propria sciocchezza. Mi disse alla sua maniera: "Francesco, non fare il coglione: se te lo offrono, accetta di corsa"».

Inconfondibile.
«Unico. C'era grandissimo affetto, tra di noi. Il giorno della proclamazione mi invitò a cena all'Hotel Hassler. Salvo poi dire, da buon genovese: "Be', sei stato eletto, paga"».

E lei?
«Lo avrei fatto volentieri, ma il direttore rispose: "Scusi, ma due presidenti quando mi ricapitano? Sono tenuto a offrirvi la cena"».

E sua moglie, malgrado tutte le ruggini?
«Non mi fece neanche i complimenti. Donna bellissima. Ma intransigente».

Siamo al momento del suo ingresso al Quirinale, 24 giugno 1985, subitodopo la scoppiettante presidenza Pertini…
«E decido che sarei stato anglosassone, discreto, irreprensibile».

I primi anni, infatti, furono considerati grigi.
«Buffo, no? Io ero sempre lo stesso: e mi divertivo un mondo a vedere le vignette di Giuliano, che mi raffi gurava con il musone, tristissimo, e il naso incollato alla finestra del Quirinale».

Com'è abitare sul Colle?
«Tristissimo. E infatti io me ne stavo a casa mia, andavo a lavorare la mattina».

Come un qualunque impiegato…
«Be', non proprio. Con la scorta e la fanfara. Ma fu divertente una mattina che, essendomi alzato molto presto, stanco di aspettare sulla soglia, decisi di prendere un taxi».

E il tassista?
«Grande professionista, disse solo: "Al Quirinale, dottò?". I corazzieri, del tutto impreparati all'eventualità, quasi lo arrestavano».

Però la noia del protocollo, gli incontri di Stato…
«Non è vero, ci si diverte un mondo. Le ho mai raccontato di Lady Diana?».

Sono tutt'orecchi.
«Ragazza solare, energica, determinata. Ma anche molto… popular. Un giorno, durante un tè, guardo sotto il tavolo e vedo che si era levata le scarpe. Si immagina la scena?».

E lei, presidente?
«Mi fece simpatia. Però diedi un calcio alle scarpe per allontanarle. Ero troppo curioso di capire che cosa avrebbe fatto».

Che cosa fece?
«Quando fu il momento, senza fare una piega, si alzò e le recuperò. Eh, eh, eh».

Lei ha la foto della regina sulla libreria di casa.
«Ecco, per spiegare agli aspiranti che cos'è il protocollo: mi capitò di prendere più di un tè, con lei. E il capo del cerimoniale mi spiegò per fi lo e per segno che sarebbe stata lei a servire».

Ottimo.
«Ottimo un corno. A un certo punto tutti prendono gli scones, quelle splendide brioches di cui io vado matto e finisco nel dramma, perché il piatto è terribilmente lontano. Posso chiederle alla regina? Oppure devo metterle il braccio davanti? Nel dubbio rinuncio».

Pur di non mettere a repentaglio lacredibilità dell'Italia…
«
Alla fi ne del tè, il capo del cerimoniale mi ha spiegato che dopo il secondo tè, ci si considera in confi denza con i reali: potevo chiedere».

Poi successe di tutto: Gladio, Tangentopoli…
«Litigai con De Mita, ai tempi della sua guerra con Craxi, perché voleva che lo favorissi contro Bettino. Disse: "Hai capito per che cosa ti abbiamo messo lì?"».

E lei?
«Da quel giorno non ci parliamo più».

La rogna più grande?
«Quando un emissario mi fece sapere che l'amministrazione americana non gradiva Andreotti a Palazzo Chigi».

Che cosa si risponde in questi casi?
«Non lo so. Io al messaggero dissi:"Faccio finta che lei non l'abbia mai detto"».

Iniziava a nascere il Cossiga «picconatore».
«Avevo capito che quel regime dei partiti era finito, che non si poteva far finta di nulla».

Si inventò le «esternazioni»…
«Chiamavo io stesso le agenzie, l'Adnkronos di Pippo Marra. Dicevo quello che pensavo…».

Diede a Occhetto dello «zombie con i baffi ».
«Gli chiesi anche scusa, poi. Ma… Voleva mettermi sotto accusa per Gladio! Aveva persino fatto una riunione con il direttore della Repubblica Scalfari per discutere la campagna sull'impeachment…».

Colpo basso.

«Nulla rispetto a quello che mi aspettava. Dissero anche che ero pazzo, che mi imbottivo di pillole e di antidepressivi, che mi ero fatto curare una sindrome schizoide in un ospedale romeno!».

Come era nata la leggenda?

«Una cartellina dei servizi, diffusa da De Mita».

Che clima leggiadro...
«Un giorno esce fuori questa cosa del "picconatore" in tutti i titoli dei giornali. Allora chiamo il capo del servizio stampa del Quirinale Ludovico Ortona e gli chiedo: "Ma chi l'ha inventata questa fesseria?"».

E lui?
«Presidente, l'ha detto lei, in una conferenzastampa».

Era una battaglia che rifarebbe?
«Sicuramente. Ma fu anche una battaglia persa. Il sistema politico non riuscì a riformarsi e... guardi come siamo finiti».

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