DALL'ITALIA15:49 - 02 agosto 2010

Strage di Bologna, 30 anni dopo

La ricostruzione dei fatti. Il messaggio del presidente della Repubblica: «Doveroso indagare sulle complicità». Il dolore dei familiari delle vittime

di Giorgio Dell'Arti
<p>Strage di Bologna, 30 anni dopo</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

Migliaia di persone hanno ricordato a Bologna le vittime della strage alla stazione del 1980 ma per la prima volta non c'era tra loro nessun esponente del governo: dopo anni di fischi bipartisan (ultimi bersagli delle bordate Giuliano Amato, Pier Ferdinando Casini, Rocco Buttiglione, Giuseppe Pisanu, Pietro Lunardi, Giulio Tremonti, Cesare Damiano, Gianfranco Rotondi, Sandro Bondi) questa volta i familiari delle vittime e tutti quelli che ancora chiedono giustizia si sono dovuti accontentare della lettura di un messaggio del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano («doveroso indagare sulle complicità»).

COMMEMORAZIONE IN TONI MINORI

Dopo che due ragazze nate nell'80 (Camilla Andreini e Rossella Zuffa) avevano letto i nomi delle 85 vittime, alle 10.25 la strage (che fece anche 200 feriti) è stata ricordata con un minuto di silenzio cui è seguito un lungo applauso. Paolo Bolognesi, presidente dell'associazione dei familiari delle vittime, ha prima denunciato i politici per il «triste tentativo di immiserire la manifestazione» e ringraziato i cittadini «che non si lasciano zittire», poi se l'è presa con i tre condannati per la strage, Giuseppe "Giusva" Fioravanti, la moglie Francesca Mambro e Luigi Ciavardini: «Hanno scontato condanne pagate a prezzi di saldo: non esiste detenuto in Italia che abbia goduto di maggiori benefici».

FIORAVANTI, GLI ALTRI E L'OBLIO

Fioravanti, che come gli altri due si è sempre dichiarato innocente, è uscito definitivamente di prigione nel 2009; la Mambro, in condizionale dal 2008, a meno di contrattempi sarà definitivamente libera nel settembre 2013; Ciavardini, la cui condanna definitiva è arrivata solo nel 2007, è in semilibertà dal 2009. Fioravanti, impegnato con la moglie in un tentativo di riconciliazione con le 33 vittime dei suoi Nuclei armati rivoluzionari, delitti di cui non ha mai respinto la responsabilità, aveva già fatto sapere: «Starò zitto perché voglio evitare l'ennesima contrapposizione emotiva con i familiari delle vittime. L'emotività è contundente e si usa per far del male a qualcuno, cosa che io non voglio. Se parlassi, sarebbe una dialettica fatta di emozioni che non porterebbero a nulla, io sulle mie posizioni, i parenti sulle loro. È un fatto che si ripete da anni. Occupa una pagina dei giornali il due agosto. Ma il giorno dopo cala l'oblio sulla strage di Bologna fino all'anno successivo. Io, invece, voglio che la riflessione sulla strage sia fatta ogni giorno per arrivare alla revisione de processo».

TESI DISCORDANTI

Se negli anni è andato aumentando il numero di coloro che, anche a sinistra, credono nell'innocenza di Mambro, Fioravanti e Ciavardini, Bolognesi e quelli dell'associazione familiari delle vittime gli rimproverano di non aver detto tutto quello che sanno sulla strage. Fioravanti e la moglie furono condannati in via definitiva nel 1995 sulla base della testimonianza di Massimo Sparti, un falsario che nel 1982 lasciò il carcere dopo aver dato conto a verbale di un colloquio avuto a Roma 48 ore dopo la strage: «Hai visto che botto?», si sarebbe vantato Fioravanti. Adesso l'ex capo dei Nar dice di aver chiesto all'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga un pezzo di carta per riaprire il processo, qualcosa che l'aiuti a provare che Sparti era stato pagato dai servizi per accusarli, oppure che la strage fu opera del leader libico Muammar Gheddafi, una vendetta contro il tentativo di assassinarlo un mese prima nei cieli italiani nella presunta battaglia aerea culminata con l'abbattimento a Ustica del Dc9 Itavia. Cossiga però sostiene da anni un'altra tesi, e cioè che a Bologna sarebbe esploso per sbaglio dell'esplosivo palestinese il cui trasporto per l'Italia sarebbe stato autorizzato dall'ex premier Aldo Moro (assassinato dalle Brigate Rosse nel 1978) a patto che non fosse utilizzato nei nostri confini. La tesi dell'esplosione accidentale non convince tra gli altri il terrorista venezuelano noto come Carlos lo sciacallo, figura chiave di quegli anni adesso detenuto in Francia, convinto che la strage fu opera della Cia che proprio quel patto coi palestinesi voleva mandare all'aria. Di certo, il movente "ufficiale" non convince: se il tentativo di seminare il terrore per causare una richiesta d'ordine e quindi un golpe di destra poteva avere un senso con la strage di piazza Fontana del 1969, nel 1980, con al Quirinale l'amatissimo e battagliero Sandro Pertini, sarebbe stato destinato quasi certamente al fallimento.

LA PROPOSTA DI UNA NUOVA COMMISSIONE

Per evitare di trovarci a sentire gli stessi discorsi per il quarantennale e il cinquantenario della strage, si potrebbe prendere in considerazione la proposta avanzata un paio d'anni fa dall'ex presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino: formare una nuova commissione per raccogliere le testimonianze di ex terroristi, uomini politici, uomini dei servizi segreti e semplici testimoni che sappiano qualcosa sui fatti di quegli anni. E se per arrivare alla verità ci fosse bisogno di promettere l'immunità, bisognerebbe pensarci bene prima di storcere il naso: di fatto, a meno di credere nella colpevolezza dei soli Fioravanti, Mambro e Ciavardini, si è già compiuta.


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