DALL'ITALIA11:28 - 25 agosto 2010

Lo scontro Fiat-Fiom (dopo l'intervento di Napolitano), spiegato da Dell'Arti

A Melfi tre operai licenziati e poi reintegrati. Che però l'azienda non fa lavorare

di Giorgio Dell'Arti
<p>Lo scontro Fiat-Fiom (dopo l'intervento di Napolitano), spiegato
da Dell'Arti</p>
PHOTO LAPRESSE

La vicenda dei tre operai Fiat licenziati e poi reintegrati, che ieri sono tornati nello stabilimento di Melfi (Potenza) ma non hanno potuto riprendere il lavoro, comincia il 7 luglio. Per quel giorno la Fiom ha organizzato nella fabbrica lucana un corteo interno a cui partecipano una cinquantina di operai sui 1.750 totali. Si contesta l'accordo di Pomigliano, che prevede 18 turni settimanali, comprensivi se necessario del sabato e della domenica, e che è stato formulato dall'azienda torinese volutamente in deroga al contratto nazionale di lavoro. Durante lo sciopero viene bloccato un carrello robotizzato che rifornisce le linee di montaggio. La catena lavorativa si inceppa e anche chi aveva deciso di lavorare è costretto a fermarsi.

OPERAI LICENZIATI
Due giorni dopo la Fiat licenzia tre operai, Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli. Sono i colpevoli, secondo l'azienda, di aver deliberatamente bloccato il carrello. I lavoratori si difendono dicendo che è stato solo un incidente e non c'è stata volontarietà. Due dei tre operai licenziati, Barozzino e Lamorte, sono delegati sindacali Fiom-Cgil.

OPERAI REINTEGRATI
Il 9 agosto il giudice del lavoro di Melfi, Emilio Minio, reintegra i tre. Per Minio il carrello potrebbe essere stato bloccato per sbaglio e il licenziamento sarebbe una misura eccessiva, sarebbe bastata bastando in questo caso la semplice sospensione di qualche giorno.

LA FIAT LI ESCLUDE DAL MONTAGGIO
La Fiat presenta ricorso al Tribunale il 20 agosto e il giorno seguente invia un telegramma a Barozzino, Lamorte e Pignatelli: lo stipendio sarà pagato fino al 6 ottobre (data dell'udienza in cui si discuterà il ricorso), ma l'azienda non desidera che gli operai reintegrati tornino alle linee di montaggio. Alla riapertura lunedì 23 agosto, Fiat «non intende avvalersi delle loro prestazioni».

GLI OPERAI SI RIPRESENTANO

Ieri i tre operai si sono presentati al cancello B dello stabilimento di Melfi alle 13.30 per il turno delle 14. Li accompagnavano l'ufficiale giudiziario, i carabinieri, il responsabile auto della Fiom Enzo Masini e un legale. Ad attenderli al di là del cancello alcuni dirigenti Fiat, a loro volta assistiti dai legali.

DUE ORE NELLA SALETTA SINDACALE
Quando alle 13.36 i tre varcano i tornelli, vengono invitati dai sorveglianti a trasferirsi in una sala della portineria. I rappresentanti Fiat spiegano che non possono raggiungere il posto di lavoro, ma solo accomodarsi nella saletta sindacale. Dopo quasi due ore di discussioni e schermaglie procedurali, gli operai lasciano la fabbrica. «Rivoglio il mio posto di lavoro e mi presenterò tutti i giorni ai cancelli della Fiat fino a quando mi faranno tornare alla mia postazione. Non sono un parassita, voglio guadagnarmi il pane come ogni padre di famiglia», ha detto Giovanni Barozzino.

LA FIOM INDICE LO SCIOPERO
Intanto la Fiom ha indetto un'ora di sciopero, dalle 14 alle 15, a cui partecipano circa 200 operai (secondo il sindacato molti di più, secondo la Fiat solo il 5%, una settantina). Più tardi si svolge un corteo interno con una maggiore partecipazione. In serata la Fiom denuncia il Lingotto per violazione dell'articolo 650 del codice penale: mancata osservanza dei decreti del giudice. Lino Grosso, avvocato del collegio di difesa sindacale: «Stiamo ipotizzando anche la denuncia della Fiat per mobbing nei confronti dei tre operai».

BATTAGLIA LEGALE
La Fiat, attraverso i suoi legali fa sapere che «la Fiat Sata di Melfi, fiduciosa che il Tribunale di Melfi, nel giudizio di opposizione, saprà ristabilire la verità dei fatti, ribadisce la ferma convinzione che siano pienamente legittimi i provvedimenti adottati nei confronti dei tre lavoratori». Il Lingotto ricorda poi che a carico dei tre lavoratori «è in corso anche un'indagine penale da parte della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Melfi» . Inoltre «la decisione di non avvalersi della sola prestazione di attività lavorativa dei tre interessati, che costituisce prassi consolidata nelle cause di lavoro e che ha l'obiettivo di evitare ulteriori occasioni di lite tra le parti in causa, trova, nel caso specifico, ampia e giustificata motivazione nei comportamenti contestati che, in attesa del completarsi degli accertamenti processuali, si riflettono negativamente sul rapporto fiduciario fra azienda e lavoratori».

APPELLO AL PRESIDENTE
I tre operai hanno fatto sapere che scriveranno una lettera aperta al presidente della Repubblica: «Gli chiederemo - dice Barozzino - di fare rispettare la sentenza e di non farci vegognare di essere italiani».

LO SCONTRO SI INASPRISCE
Sul piano legale il mancato ritorno dei tre al loro posto di lavoro sembra segnare un punto a favore del sindacato: dal 1987 (con la sentenza n. 7733) la Cassazione intende il reintegro come rientro nel ciclo produttivo. Su questa linea è anche il giuslavorista Pietro Ichino, che appoggia la linea di Marchionne ma non condivide la mossa sui lavoratori di Melfi: «Già la scelta del licenziamento, in un caso in cui avrebbe potuto adottarsi anche una sospensione disciplinare, ha l'effetto di radicalizzare lo scontro; ora non si comprende davvero la necessità dell'ulteriore inasprimento conseguente alla scelta di ottemperare in modo cavilloso all'ordine provvisorio del giudice. Le stesse Cisl e Uil, che in questa vicenda appoggiano il piano industriale di Marchionne, sono messe in difficoltà da questa scelta dell'azienda».

IL MONITO DELLA CISL
In effetti Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, ha invitato Marchionne a «non cadere nella trappola della Fiom che alimenta la confusione per spostare l'attenzione dal vero nodo che è l'investimento sugli stabilimenti italiani. Talvolta la Fiat è il rovescio della Fiom: il giudice ha emesso una sentenza e la sentenza si applica».

IL GIORNALE POLEMIZZA COL GIUDICE
Di parere opposto, tra gli altri, Nicola Porro che sul Giornale contesta la sentenza emessa dal giudice di Melfi: «La storia dei tre di Melfi che oggi riempie le pagine dei giornali, negli ultimi trent'anni ha riempito le scatole di tutti gli imprenditori italiani. Vorremmo ricevere una (intesa come singola, unica, solitaria) lettera di un imprenditore che si sia visto riconoscere come legittimo un suo licenziamento  per giusta causa da un magistrato in primo grado. In Italia non solo non si può licenziare (parliamo di imprese con più di quindici dipendenti), ma è anche possibile rubare in azienda, senza che ciò cagioni una sana pedata nel posteriore».

LINEA DURA FIAT
Al di là di come andrà il ricorso, la linea seguita dalla Fiat in questa vicenda è chiara: il Lingotto vuole produrre senza problemi le sue vetture a Pomigliano e in tutti gli altri stabilimenti italiani, e desidera sconfiggere in modo definitivo la logica del conflitto permanente in fabbrica. Se poi perderà questo scontro, avrà una motivazione forte per sostenere che in Italia non si può lavorare e che è meglio aprire stabilimenti in Polonia, Serbia o negli Stati Uniti.

LA FIOM CONTRO I CONTRATTI FLESSIBILI
Chiara anche la linea della Fiom: la vera peste per i lavoratori sono i contratti flessibili che si stipulano fabbrica per fabbrica, o azienda per azienda. È necessario tornare invece al contratto nazionale, cioè alla contrattazione centralizzata che restituisce al sindacato nazionale e alle sue articolazioni tutto il potere che ne giustifica la sopravvivenza.

LA RISPOSTA DI NAPOLITANO
«Comprendo molto bene come consideriate lesivo della vostra dignità "percepire la retribuzione senza lavorare". Il mio vivissimo auspicio - che spero sia ascoltato anche dalla dirigenza della Fiat - è che questo grave episodio possa essere superato, nell'attesa di una conclusiva definizione del conflitto in sede giudiziaria». La risposta del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, all'appello dei tre operai Fiat licenziati dallo stabilimento di Melfi con l'accusa di sabotaggio, reintegrati dal giudice del lavoro ma non riammessi alle linee di produzione dell'azienda, non si è fatta attendere. La lettera di Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli era partita dallo studio dell'avvocato Lina Grosso, il professionista che sta seguendo la loro battaglia legale, alle 17.40 di ieri. «Signor Presidente - avevano scritto i tre - per sentirci uomini e non parassiti di questa società vogliamo guadagnarci il pane come ogni padre di famiglia e non percepire la retribuzione senza lavorare».
Alle 18.53 è arrivato il fax con il quale Napolitano, rivolgendosi direttamente ai tre - «cari Barozzino, Lamorte e Pignatelli» ha scritto il Presidente - ha espresso «profondo rammarico per la tensione creatasi» e ha fatto riferimento alle valutazioni dell'autorità giudiziaria: «A essa non posso che rimettermi anch'io proprio per rispetto di quelle regole dello Stato di diritto a cui voi vi richiamate».

LA CGIL E IL GOVERNO
Apprezzamenti per la lettera di Napolitano sono arrivati dalla Cgil («Il Presidente mostra ancora una volta la sua grande sensibilità nei confronti del mondo del lavoro», il commento del segretario Epifani), dal Pd e da tutto il centrosinistra. Il governo è intervenuto attraverso il ministro Matteoli (titolare delle Infrastrutture), che ha detto: «Le sentenze vanno rispettate anche quando non ci fanno piacere. Se il nostro è uno stato di diritto non lo può essere a fasi alterne». Per il ministro Maria Stella Gelmini, intervistata dal Corriere della Sera, «le sentenze vanno sempre rispettate ma vanno rispettate anche le aziende».

L'ISTANZA AL GIUDICE
Dopo l'esposto-denuncia presentato dalla Fiom contro la Fiat, oggi il legale di Barozzino, Lamorte e Pignatelli depositerà un'istanza al giudice di Melfi per chiedere di precisare con un nuovo provvedimento le modalità del ritorno dei tre operai disposto con il decreto di reintegro. Il ricorso dell'azienda sarà invece discusso il prossimo 6 ottobre.

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RISULTATI
Claudio 76 mesi fa

Ma qualcuno si sente di poter escludere che questi hanno agito in malafede? Perché in caso il reintegro sarebbe l'ennesima beffa per chi vuole solo poter lavorare e investire

mac 76 mesi fa

Nella lettera al presidente queste persone gli chiedono di intervenire per non farli vergognare di essere italiani..... Io mi vergogno già di esserlo, a vedere questi mistificatori che pensano di farla franca sollevando un gran polverone di disinformazione per far credere alla gente che sono dei perseguitati e delle vittime. Tre operai licenziati, probabilmente a ragione, sono nelle prime pagine dei principali quotidiani e nelle aperture dei TG, sempre la solita storia : gente che sabota e fa casino innalzati a martiri del sistema. Scommetto che anche quest verranno eletti in parlamento se poi li licenzieranno... Questo paese non ha capito come si produce ricchezza ed è capace solo di distruggerla, e così sarà, purtroppo.

LA FIAT CON MARCHIONNE CI HA RIPORTATO AL 1910 QUANDO L'ESERCITO E LE FORZE DELL'ORDINE SPARAVANO SULLA POLIZIA. Accadrà anche questo, dal momento che i kapò dell'Industria torinese si oppongono al decreto dei giudici, con spavalderia. Se fosse accaduto un fatto così increscioso negli anni Settanta avremmo avuto subito 2-3-milioni di cittadini in piazza, ma dopo 25 anni di lobotomizzazione-MEDIASET c'è da ricominciare a rieducare le persone a quelli che sono sono i loro diritti. Che continuino a votare Berlusklaun gli operai e questi saranno i risultati. Per quanto mi riguarda, dopo che la FIAT ha letteralmente rubato 65 anni di nostri contributi, NON COMPRERO' MAI PIU' FIAT NEMMENO SE DOVESSE COSTARE LA META' DELLE ALTRE AUTOMOBILI.

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