DALL'ITALIA14:44 - 07 settembre 2010

Il processo breve spiegato da Giorgio Dell'Arti

Il ddl sul processo breve non sarà inserito nella mozione sulla giustizia del documento programmatico in cinque punti su cui prossimamente il governo chiederà la fiducia

di Giorgio Dell'Arti
<p>Il processo breve spiegato da Giorgio Dell'Arti</p>
PHOTO GETTY IMAGES

LA FINE DEL PROCESSO BREVE?
Dopo mesi di polemiche, il «processo breve» non sarà incluso nel documento in cinque punti (giustizia, federalismo, Mezzogiorno, fisco e sicurezza) su cui dovrà fondarsi il prosieguo della legislatura. La decisione è stata annunciata la settimana scorsa dal premier Silvio Berlusconi dopo che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva ribadito le sue perplessità sulla norma transitoria che riguarda i processi in corso, ma ha contribuito anche l'ostilità dei «futuristi» finiani. Secondo alcune interpretazioni, il premier sarebbe stato convinto da nuovi calcoli secondo i quali la sentenza del processo Mills arriverà ben oltre la primavera del 2011. Altri sostengono che sono stati decisivi i sondaggi negativi anche fra i sostenitori della maggioranza. Altri ancora sostengono che, con le elezioni anticipate alle porte, era inutile insistere.

UNA STORIA LUNGA 10 MESI
Quello sul cosiddetto «processo breve» è un disegno di legge (1880) intitolato «Misure per la tutela del cittadino contro la durata indeterminata dei processi». Primo firmatario Maurizio Gasparri, presunto autore Niccolò Ghedini, avvocato del presidente del Consiglio, fu presentato al Senato il 12 novembre 2009, dopo che ad ottobre la Corte costituzionale aveva bocciato il cosiddetto «Lodo Alfano», in base al quale era prevista la sospensione dei processi penali per presidente della Repubblica, presidenti delle Camere e premier per la durata del mandato anche per fatti antecedenti l'incarico.

DIECI MILIONI DI CAUSE PENDENTI
Che l'Italia avesse bisogno di una riforma della giustizia, era allora come oggi fuor di dubbio: dieci milioni di cause pendenti, 81 per cento di reati impuniti, trecento condanne da parte della Corte dell'Aia per l'eccessiva durata dei processi. Ma Berlusconi disse subito chiaro e tondo che il ddl sul processo breve serviva pure a lui, per evitare quei processi e le eventuali condanne che avrebbero paralizzato l'attività del governo mettendo a rischio la legislatura. Caduto il lodo Alfano, bisognava trovare un'altra soluzione.

LA GUERRA DEI NUMERI
Nella prima bozza il testo, composto di tre articoli, fissava la durata ragionevole dei processi in due anni per ogni grado di giudizio, dopodiché sarebbe scattata la prescrizione. La norma era applicabile ai reati con pene non superiori ai dieci anni di prigione, agli incensurati e, solo nel primo grado di giudizio, anche nei processi in corso. Subito l'opposizione fece notare che in questo modo sarebbero finiti nel nulla processi per gravi reati come la corruzione e la concussione, tra i quali quelli per Cirio e Parmalat. Davanti a queste obiezioni, Alfano stimò nell'1% i processi interessati dalla nuova norma, l'Anm calcolò percentuali tra il 30 e il 50% nelle grandi città, il Consiglio Superiore della magistratura parlò di percentuali tra il 10 e il 40%.

IL TESTO USCITO DAL SENATO
Il ddl approvato il 20 gennaio al Senato ha diviso i reati con pene inferiori a 10 anni a seconda che siano stati commessi prima o dopo il maggio 2006: nel primo caso si parla di «indultati o indultabili», l'estinzione arriva entro 3 anni dall'esercizio dell'azione penale da parte del Pm in primo grado, entro 2 anni in appello, entro 1 anno e sei mesi in Cassazione. Per i non indultabili restano i 2 anni per ogni grado di giudizio. Per alcuni reati di particolare gravità l'estinzione è stata fissata in 4, 2 e 1,5 anni, per mafia e terrorismo in 5, 3 e 2 anni. In caso la Cassazione annulli un processo, ogni grado del nuovo processo deve durare al massimo un anno, termini aumentabili di un terzo nei casi più complicati.

LA MOZIONE SULLA GIUSTIZIA
In realtà Berlusconi, che nelle sue recenti dichiarazioni ha fatto ampio uso dei condizionali, pensa ancora che la legge, in commissione giustizia per essere approvata anche alla Camera, sia sacrosanta: «Nella mozione sulla giustizia, per quanto mi riguarda, non dovrebbe esserci il cosiddetto processo breve, che dovrebbe invece essere finalmente un processo per tutti di ragionevole durata e cioè di una durata massima di sei anni e mezzo, molto di più di quel che durano i processi nelle vere democrazie». Il premier non vuole però che si continui a dire che la legge è fatta solo per lui.

LA SENTENZA SUL LEGITTIMO IMPEDIMENTO
Deciso a non rinunciare a uno "scudo giudiziario", Berlusconi ha chiesto ai suoi uomini il varo di un nuovo strumento: tra le possibili soluzioni c'è la modifica dell'attuale legittimo impedimento che comporterebbe lo slittamento della sentenza della Consulta, fissata il 14 dicembre, data l'impossibilità di sottoporre a giudizio una norma modificata. Il problema sono i tempi: per farla passare prima di dicembre occorre una compattezza assoluta della maggioranza che al momento pare difficile da raggiungere.

DAL PROCESSO BREVE AL PROCESSO LUNGO
Insistere sul processo breve già approvato dal Senato, magari con alcune modifiche, sarebbe molto più semplice. Il fatto che il premier lo voglia togliere dalla mozione di fiducia non significa che non debba venire approvato dal Parlamento. Un'alternativa rilanciata negli ultimi giorni da Enrico Costa, capogruppo del Pdl in commissione giustizia alla Camera, prevede un ddl che introduce nel codice di procedura penale la possibilità di ascoltare tutti i testimoni ritenuti utili dalla difesa e impedisce l'acquisizione di sentenze definitive di altri processi. In questo modo i processi (compresi quelli che coinvolgono Berlusconi) verrebbero allungati aumentando la probabilità di una fine per prescrizione: sarebbe il cosiddetto «processo lungo».


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RISULTATI
gessymars 72 mesi fa

L'Italia e' purtroppo ormai diventato un paese anticostituzionale dove la legge NON e' piu' uguale per tutti. Diciamolo pure apertamentei soldi e la mafia fanno proprio la differenza per quanto iriguarda i trattamenti riservati alle persone.

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