DAL MONDO18:04 - 08 ottobre 2010

Finalmente Vargas Llosa! Nobel del truce realismo e della sensualità del male

L'omaggio di un altro scrittore al premio. E la sua felicità

di Alessandro Piperno
<p>Finalmente Vargas Llosa! Nobel del truce realismo e della
sensualità del male</p>
PHOTO LAPRESSE

Finalmente Vargas. Sì, lo so, non è la cosa più originale da dire. È la cosa che tutti stanno dicendo e che tutti stanno scrivendo in queste ore. Sono tutti lì a sdilinquirsi sulla raggiunta equità dell'Accademia. La vittoria della letteratura. Il trionfo dell'intelligenza. L'insperato lieto fine. Il bene che trionfa. Per una volta l'essenziale vince sul pretenzioso. Il vigore espressivo e la più toccante immaginazione sbaragliano il facile sdegno politico e la decorosa denuncia sociale… Ecco quello che si dice in giro! Ma che cosa posso farci se per una volta sono d'accordo con tutto «quello che si dice in giro» di Don Mario e del suo Nobel?

Non avrei mai creduto che l'Accademia avrebbe premiato un tipo posato come Mario Vargas Llosa. Lui non ha niente del classico Premio Nobel. Ha la faccia da playboy e da torero. È uno per cui la letteratura è un meraviglioso e ineluttabile svago. Uno che, quando scrive, non giudica mai i suoi personaggi, ma si limita ad innamorarsene e fartene innamorare. Uno che non ha grandi lezioni da impartire. Uno che, dopo una giovinezza marxista (da bravo scrittore sudamericano trapiantato a Parigi alla corte del Gran Cerimoniere Jean-Paul Sartre) ha abbracciato un cauto liberalismo che lo ha reso inviso ai classici circoli della letteratura engagé.

È vero quello che l'Accademia ha tenuto a sottolineare: Vargas Llosa è uno che nei suoi libri migliori ha denunciato (anche se il verbo non è preciso) la piega grottesca parodistica e tuttavia efferata presa dal totalitarismo sudamericano (per capirlo, leggete capolavori  come La guerra della fine del mondo o La festa del caprone), ma lo ha fatto non perché era giusto farlo ma solo perché era interessante farlo. Lo ha fatto non perché era suo dovere farlo ma perché farlo gli veniva bene. Si è comportato come si comportano i pochi veri scrittori.

Ora, se c'è una cosa che mi sta sullo stomaco è la retorica delle storie. Quelli che ti dicono: «Le storie non moriranno mai». Oppure: «Tutto inizia quando un tizio si è messo intorno al fuoco a raccontare delle storie e gli altri si sono messi intorno allo stesso fuoco ad ascoltarlo». Non credo che la letteratura sia solo una questione di «storie». Credo che sia anche un fatto di stile, intelligenza, furbizia, sagacia, sensualità, e soprattutto di forma. E, tuttavia, per la seconda volta in questo articolo, devo venire meno ai miei principi e sottolineare come la potenza di Vargas Llosa sia nella capacità assolutamente impareggiabile di raccontarti delle storie. Il che appare ancor più sorprendente visto che tutto si può dire di lui tranne che  sia, o abbia mai voluto essere, un cantastorie naif.

Lui è il classico intellettuale sudamericano (di Lima, Perù)  di origine borghese che si trasferisce a Parigi negli anni in cui Parigi è ancora la capitale della cultura mondiale. Uno dai solidi studi umanistici, con una vasta cultura eurocentrica. Uno che non ha nessuna paura della complessità e dell'astrattezza. E tuttavia è come se Vargas ogni volta che si mette a raccontarti una storia si dimenticasse di tutta st'intelligenza e di tutta questa cultura per abbandonarsi completamente al flusso delle sue elettrizzanti narrazioni. Credo che sia questa forza, questo talento innato e magico ad averlo reso il più formidabile raccontatore di storie in circolazione: se mi permettete, molto più efficace del monotono (seppur geniale) e autocelebrativo García Marquez, e di tutti i suoi epigoni.

Per capirlo vi basta mettere il naso dentro al suo libro d'esordio: La città e i cani.  «Quattro - disse il Giaguaro. Al chiarore incerto che il globo di luce diffondeva nel locale, attraverso le poche sfaccettature di vetro non ancora coperte di sudiciume, le espressioni dei visi si rilassarono: il pericolo era passato per tutti, salvo che per Porfirio Cava». Sì, già dalle prime battute de La città e i cani (scritto da un Vargas Llosa poco più che ventenne) avverti la carica sexy della sua narrativa. Non a caso molti anni dopo quel libro, Vargas Llosa avrebbe scritto: «Scrivere un romanzo è una cerimonia che somiglia allo streep-tease». E, in effetti, tra un buon romanziere e una brava spogliarellista non ci sono tutte queste differenze. Tu, romanziere, devi sapere che stai per donare al pubblico qualcosa di piccante che riguarda, sì, la tua intimità ma allo stesso tempo che non ti appartiene totalmente (appartiene a Madre Natura). Devi eccitare il tuo pubblico sin dalla tua apparizione in scena, ma senza farti prendere la mano: tanto più saprai procrastinare il momento del definitivo disvelamento tanto più avrai gli occhi puntati addosso.

La città e i cani è un tenero, feroce, struggente capolavoro giovanile. In quel libro Vargas Llosa, come tutti i romanzieri al primo libro, riciclava bollentissimi materiali autobiografici. Narrando la storia del collegio Leoncio Prado di Lima: una specie di casermone marzialmente gestito da militari in cui giovani di tutte le estrazioni sociali venivano educati (si fa per dire) a suon di sopraffazioni, dispotismi, atti di inconsulta e gratuita violenza.

Ciò che salvaguardava questo romanzo da ogni pretenziosità moralista era il tocco di Vargas, in qualche misura già maturo e consapevole. L'ironia, insieme alla sensualità, sin da allora si rivelarono il suo marchio distintivo. Un'ironia e una sensualità che avrebbero preso una forma ancor più leggiadra, qualche anno dopo, incarnandosi nella figura di Zia Julia, nell'irresistibile romanzo La zia Julia e lo scribacchino. Anche qui Vargas non aveva alcun ritegno a utilizzare materiale privato. Era stato lui che, appena diciottenne, aveva indignato la sua borghesissima parentela di Lima fuggendo con una zia acquisita decisamente più vecchia di lui. Le vicende di quei fuggiaschi vengono trasfigurate nel romanzo con un calore, un senso dell'umorismo, un amore per la vita che fanno piangere. Per quanto mi riguarda, non dimenticherò mai Zia Julia. È come se l'avessi conosciuta. E, vi assicuro, in giro di Zia Julia ce ne sono parecchie.

D'altro canto creare personaggi come zia Julia è sempre stato uno dei sogni di Vargas Llosa.  Lo comprendi leggendo un suo saggio - in realtà, una vera e propria dichiarazione d'amore - da lui dedicato a Madame Bovary di Charles Flaubert. Il tipo di amore con cui Vargas Llosa parla di Emma Bovary è di una tale conturbante carnalità che tu capisci che per lui tra vita e letteratura non esiste alcuna differenza. E questo forse spiega anche perché, sulla scia del suo idolatrato Flaubert, Vargas abbia saputo creare personaggi femminili così irresistibilmente eccitanti. Ragazzacce che, scusate l'espressione, te lo fanno venire duro. Scrivo questa trivialità e penso subito alla Niña mala. Lo scrivo in spagnolo perché la traduzione italiana (la cattiva ragazza) non rende merito a quel formidabile personaggio, protagonista dell'ultimo romanzo di Vargas uscito in Italia qualche anno fa, Le avventure della ragazza cattiva.

Sapete, di questi tempi per un romanziere non c'è nulla di più difficile di scrivere una storia d'amore credibile ed emozionante. Uno degli ultimi che ci riuscì fu Nabokov con la sua intrepida Lolita. Ma quella storia d'amore era così peculiare, così inconfondibilmente pervertita, che molta della sua potenza la doveva a una così esibita eccentricità. Ma la Niña mala di Vargas Llosa non ha niente di strano. È una ragazza sensuale, volitiva, misteriosa, che adora il sesso orale (e non le piace elargirlo ma riceverlo). Assomiglia un po' alla Holly di Colazione da Tiffany di Capote, ma rispetto ad essa mostra una disperata determinazione che ci riempie il cuore di ammirazione. Che libro, ragazzi! Un classico. Eppure è stato scritto pochi anni fa.

Non mi va di chiudere questo meritatissimo tributo al nuovo premio Nobel con una nota così romantica. E allora vorrei parlarvi di un altro libro che ho amato tantissimo. Anch'esso relativamente recente. Ovvero La festa del Caprone, un fluviale romanzo storico in cui Vargas Llosa, in stile tipicamente sudamericano, ha ricostruito gli ultimi mesi di vita del dittatore di Santo Domingo, il generalissimo Rafael Leónidas Trujillo: psicopatico, stupratore di adolescenti, ossessionato dall'ordine e dall'igiene. Un bastardo della peggior risma. C'è qualcosa in questo libro che potrebbe riecheggiare L'autunno del patriarca di García Marquez. In fondo il tema (gli ultimi giorni del dittatore) è lo stesso. La forza di Vargas Llosa è che lui non indulge in alcun magico esotismo sudamericano. La sua forza sta tutto in un truce realismo. Quanti dettagli di quel libro sono sopravvissuti nella mia memoria. Per esempio la scena in cui Trujillo, al mattino, splendido nella sua impeccabile divisa militare, si sforza di trattenere l'urina che spinge sulla vescica per uscire, per via di qualche problema di prostata, e, alla fine, non ce la fa pisciandosi addosso come qualsiasi altro vecchio incontinente da ospizio… Be', era dai tempi di Chaplin che un dittatore non veniva irriso in un modo così implacabile!

 

Fonte[ Vanity Fair ]

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