DALL'ITALIA15:45 - 26 ottobre 2010

La carica dei 350 mila (bambini dislessici)

Arianna, massacrata perché alla lavagna vedeva il caos. Duccio, che a mandare un sms ci mette il doppio. Chiara, che leggendo e scrivendo si è avvelenata il corpo. E una legge che, finalmente, li protegge

di Veronica Bianchini
<p>La carica dei 350 mila (bambini dislessici)</p>
PHOTO MASSIMO DI NONNO - COURTESY OF VANITY FAIR

«La maestra mi diceva: "Ti devo tirare fuori le parole con le pinze. Non sai scrivere, non sai disegnare". Tutte le mattine mi veniva da vomitare, dicevo a mia mamma: "Non mandarmi a scuola, ti prego"».

Chiara ricorda così la sua seconda elementare. Chiara è dislessica. Chiara è stata una dei tanti bambini - 350 mila in Italia - che, pur avendo un'intelligenza normale, anzi spesso sopra la media, hanno problemi di lettura (la dislessia vera e propria), di scrittura (disortografia e disgrafia), di numeri (discalculia). E che quindi hanno bisogno di più tempo degli altri per i compiti, perdono facilmente la concentrazione, spesso finiscono etichettati come svogliati, gli «asini» della classe.

Per tutti loro, dopo dieci anni di battaglie, è stata finalmente approvata - ed entrerà in vigore il 2 novembre - una legge che definisce questi disturbi dell'apprendimento e tutela chi ne è colpito. Diritto a una diagnosi precoce, piani didattici personalizzati, dispensazione da alcune attività (per esempio, scrivere alla lavagna o leggere a voce alta) e utilizzo di strumenti tecnologici di sostegno (videoscrittura, calcolatrice e computer) sono le novità introdotte dalla norma. Ma c'è anche un finanziamento per la preparazione degli insegnanti e dei dirigenti scolastici - 2 milioni di euro per gli anni 2010-2011 - e c'è la possibilità di orari di lavoro flessibili per le famiglie dei ragazzi dislessici.

Conquiste importanti, per chi ha vissuto sulla propria pelle la difficoltà di convivere con un ostacolo invisibile ma non per questo meno formidabile. Queste sono le loro storie.

Arianna ha 19 anni e frequenta, a Venezia, l'Università Ca' Foscari, facoltà di Lettere e Filosofia. Ha una forma grave di dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia.

«Era la fine della seconda elementare quando mi spiegarono che ero dislessica. Per me fu un gran sollievo. Finalmente capivo perché le tabelline erano un incubo. Finalmente capivo perché, alla lavagna, le lettere si muovevano continuamente, e io cercavo di fermarle, ma loro niente, saltellavano di qua e di là. Finalmente capivo perché i miei quaderni erano pieni di scarabocchi e segni rossi. Allora ho pensato: "Questa cosa c'è, cerchiamo di farcela amica". Arrivare all'università è stato come scalare l'Everest. Con un'alleata: mia madre Maristella, che mi è stata accanto fin dal primo momento. A casa, dopo la logopedia, mi aiutava tutti i giorni a ripetere gli esercizi.

«La cosa peggiore è sempre stata leggere in pubblico. Mi fermavo di continuo, stentavo, e tutti mi prendevano in giro. Ricordo una volta al campeggio: i bambini mi aspettavano fuori dalla tenda e mi urlavano "dislessica". Meno male che in quarta elementare arrivò il computer, con un prototipo di sintetizzatore vocale. La voce era metallica, molto spezzettata, ma leggeva per me, e questo era meraviglioso. Peccato solo che il mio banco stesse proprio accanto alla lavagna, isolato dalla classe. Tra me e gli altri c'era una distanza incolmabile.

«Le medie sono stati gli anni più belli. Ero una specie di mascotte, con il pc potevo fare le ricerche per i compagni e loro mi passavano gli appunti, naturalmente in stampatello perché a leggere il corsivo ci metto una vita. Il mio problema diventò una risorsa. Poi mi sono iscritta a un Istituto professionale grafico, per lavorare con le immagini, ed è cominciato l'inferno. I professori non credevano al mio problema. Non mi lasciavano registrare le lezioni e così io non potevo studiarle. I compagni mi prendevano in giro, mi trattavano da "tonta", mi accusavano di essere privilegiata per via del computer. Non capivano che, per stare al passo con loro, dovevo studiare molto di più. Una volta, per imparare la Rivoluzione francese, sono stata con le cuffiette anche sotto la doccia.

«Vita sociale nemmeno a parlarne, studiavo e basta. Con i compagni non riuscivo a legare, nel tempo libero ascoltavo gli audiolibri. Il mio preferito era I tre moschettieri: ho consumato il nastro. Però in gita a Praga mi sono scatenata, ho ballato in discoteca fino a tardi. E il giorno dopo tutti a guardarmi con occhi diversi e il mio insegnante di inglese che mi dice: "Ah, ma allora sei una persona normale". Non so quante volte ho dovuto spiegare qual era il mio disturbo, e che ero normale, appunto.

«La maturità è stata un massacro: è arrivato un commissario da un'altra scuola, non credeva al mio problema, nonostante i certificati medici. Mi ha rimproverata per gli errori di ortografia e all'orale mi ha costretta a leggere a voce alta. Per fortuna sono intervenuti, per difendermi, i miei insegnanti.

«Ma alla fine sono stata promossa e, per festeggiare, ho letto Il Signore degli Anelli. Letto, letto, non ascoltato. Ora ho finito il primo anno di università e sul mio libretto ci sono sei esami, compreso un trenta. Chi l'avrebbe detto?».

Le (altre) storie, quella di Duccio e quella di Chiara, la trovate sul n. 43/2010 di Vanity Fair, in edicola da mercoledì 27 ottobre.

 

Fonte[ Vanity Fair ]

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RISULTATI
carlotta 71 mesi fa

Vorrei dire che ci sono vari modi di vivere questa esperienza. Sono una giovane dislessica quasi laureanda . Anche io ho superato ostacoli, diffidenze, ore di studio in più, fatica, maldicenze. Ma non voglio che passi solo questo a chi leggerà l'articolo e magari ha un bimbo dislessico con cui deve affrontare ancora tutto il percorso formativo e scolastico, la discrezione è l'arma vincente per far avere una vita normale al fanciullo e di base allo studente. Ne avrei da raccontare per ore, elementari, medie , superiori sono state 3 esperienze completamente diverse. Trovare una passione e seguirla, anche se cambia nel corso del tempo e una delle chiavi vincenti per avere una vita normale. Non farlo sentire mai solo e far capire che con l'impegno si raggiunge l'obbiettivo anche senza guardare il risultato." Vai avanti, raggiungi i tuoi obbiettivi" questo mi dice ancora oggi mia madre dopo giorni e giorni di studio capita di non passare un esame o di prendere 30.

MONICA 71 mesi fa

che magone, leggere la storia di Arianna mi commuove ma mi aiuta a capire che forse anche per il mio piccolo ci sarà un mondo di studi e di scelta di vita. Sono 7 anni che combattiamo con le lettere e i numeri, ora è in 1° media e l'entusiasmo lo aiuta a superare le difficoltà. E' proprio vero che è difficile avere una vita sociale e tempo per lo sport, ma l'importante è che finalmente ha capito che con un metodo giusto e un po' di tempo in più ce la può fare. la mia difficoltà maggiore è stata quella di riuscire a fargli capire che il fine si raggiunge ugualmente anche se con un percorso un po' diverso da quello degli altri compagni. forza e coraggio ragazzi andiamo avanti a testa alta!

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