DAL MONDO09:26 - 03 novembre 2010

Le elezioni americane viste da Giorgio Dell'Arti

Obama punito, ma conserva il Senato. Riscossa dei conservatori. Come cambia la mappa degli Stati. Le prospettive degli Stati Uniti. Verso un presidente donna?

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<p>Le elezioni americane viste da Giorgio Dell'Arti</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

IT'S THE ECONOMY, STUPID
L'appello di Barack Obama ad afroamericani, donne, giovani, i segmenti d'elettorato che due anni fa l'avevano portato alla Casa Bianca, per «continuare quel viaggio verso il cambiamento» e «non lasciare che l'America torni indietro», non ha sortito l'effetto sperato: la recessione più grave dagli anni Trenta, la disoccupazione ai massimi storici, milioni di pignoramenti di case, il deficit pubblico ai livelli della Seconda guerra mondiale, hanno spinto gli americani contro il partito al potere. Detto che sul voto hanno avuto un impatto anche la situazione in Iraq e Afghanistan e il disastro ambientale del New Mexico, vale ancora una volta lo slogan che nel 1992 portò Bill Clinton alla Casa Bianca contro George Bush padre: "It's the economy, stupid".

 

L'INUTILE VITTORIA AL SENATO
A due anni dal successo, nel 1994, Clinton finì in minoranza, nelle mani dei repubblicani che si rifiutarono di far passare le sue leggi di bilancio in quello che è passato alla storia come lo "shutdown". Dopo le elezioni di Midterm di ieri (così chiamate perché si svolgono a metà del mandato presidenziale, rinnovati tutti i 435 deputati e 37 senatori su 100), Obama avrà grosse difficoltà a governare gli Stati Uniti. Come previsto, i democratici, hanno perso la maggioranza alla Camera (da 255/178 a 191/244). Al Senato (dove partivano da 59 a 41) si sono salvati (51-47) grazie ai successi in California e Nevada ma poiché per evitare il diritto dell'opposizione all'ostruzionismo è necessaria una maggioranza qualificata di 60 voti, la Casa Bianca ha poco da stare allegra.

 

UN NUOVO SPEAKER PER LA CAMERA
Il primo effetto del risultato delle urne sarä la fine dell'era Nancy Pelosi, primo "speaker" donna della Camera dei Rappresentanti, considerata il demiurgo dell'amministrazione Obama. Quasi certamente il suo posto sarà preso da John Boehner, un allievo di Newt Gingrich, lo speaker repubblicano degli anni '90: nonostante la destra radicale lo consideri un uomo del passato, l'appoggio dei grandi gruppi (Wal Mart, Goldman Sachs, Citigroup, Google ecc.) nei quali conta molti buoni amici dovrebbe rivelarsi decisivo. Politico molto pragmatico, Boehner dovrà sostituire la trattativa alla politica del "muro contro muro" usata quando i democratici erano ampiamente in maggioranza.

 

IL PARADOSSO REPUBBLICANO
Forte della maggioranza alla Camera e rafforzata al Senato, la destra tenterà di smantellare la riforma sanitaria, bloccare le leggi sull'ambiente, ridurre al minimo lo Stato, tagliare le tasse anche ai più ricchi. Paradossalmente, non è da eslcudere che questa situazione finisca con l'avvantaggiare Obama nella corsa alle presidenziali del 2012: da qui in avanti la gente considererà i repubblicani corresponsabili dell'operato del governo.

 

VERSO UN PRESIDENTE DONNA?
Archiviate le elezioni di Midterm, da oggi comincia la campagna per le presidenziali del 2012. Senza un miglioramento della situazione economica, è molto difficile che Obama riesca a conquistare un secondo mandato. Il 47 per cento degli elettori democratici auspica la candidatura di uno sfidante alle primarie, parte della base liberal spera nel ritorno di Hillary Clinton. A questo punto non è da escludere una sfida tutta al femminile con Sarah Palin, candidata alla vicepresidenza con John McCain alle presidenziali del 2008 e adesso tra i leader del Tea Party i cui candidati hanno dominato le elezioni di ieri.

 

IL PARTITO ANTI-STATO
Nato nella primavera 2009, quando i conservatori e gli anti statalisti manifestarono tutta la loro ostilità alla politica economica di Obama (in particolare verso i salvataggi pubblici delle grandi banche d'affari), il Tea Party è un movimento conservatore diventato l'evento più importante nella politica Usa dell'ultimo anno: secondo i suoi sostenitori, il governo è cresciuto troppo e le tasse sono troppo alte (ma quelle sui ricchi troppo basse). «Non è il governo a creare ricchezza, sono gli imprenditori. Non dobbiamo aspettare un leader che arrivi da lontano, dobbiamo credere in noi stessi», ha detto Rand Paul, primo senatore eletto dal partito (Kentucky).

 

L'OBAMA ISPANICO
Fortunatamente per Obama, la convivenza dei Tea Party con i repubblicani potrebbe rivelarsi complicata. Nel neo partito di maggioranza, molti temono che l'atteggiamento di Palin & C. verso gli immigrati (vorrebbero cancellare l'emendamento che garantisce la cittadinanza a chiunque nasce negli Stati Uniti) potrebbe spingere gli ispanici, destinati a diventare in futuro una fetta sempre più grande della popolazione, verso i democratici. Non è un caso che Marco Rubio, figlio di cubani che ha trionfalmente conquistato il seggio della Florida per il Senato, pur essendo molto vicino alla Palin si sia tenuto a distanza dai Tea Party. Giovane, bello, già indicato da molti come l'"Obama repubblicano" (o l'Obama ispanico), dopo il successo di ieri è probabile che abbia cominciato a fare un pensierino alle prossime primarie.

 

CAMBIA LA MAPPA DEGLI STATI
I repubblicani sono usciti vincitori anche dal voto per i governatori: si votava in 37 dei 50 stati, i democratici partivano da un vantaggio di 26 a 23 (più un indipendente), adesso il Grand Old Party comanda 31 a 18: il partito di Obama ha strappato la California (che aveva a capo Arnold Schwarzenegger) ed ha conservato New York, dove Andrew Cuomo ha conquistato quasi due voti su tre, ma ha perso Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin, Iowa, Tennessee, Oklahoma, Kansas, Wyoming, New Mexico, Oregon.

 

NO ALLA MARIJUANA LIBERA
Ieri gli americani di 37 stati si sono espressi anche su 106 referendum. I due più importanti si sono svolti in California: i democratici sono riusciti a far respingere, con largo margine, quello che avrebbe bloccato la legge statale sul contenimento delle emissioni di carbonio in tempi di alta disoccupazione. Bocciata anche la "proposition 19", il referendum sulla legalizzazione e tassazione della marijuana: sarà quindi evitato lo scontro tra il governo federale e gli stati desiderosi di seguire l'esempio californiano che sarebbe scaturito da una vittoria dei sì.

 

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