DALL'ITALIA15:41 - 03 novembre 2010

La giornata Airc: la parola a chi studia per la ricerca contro il cancro

Le interviste su Vanity Fair n. 44 in edicola

di Isabella Mazzitelli
<p>La giornata Airc: la parola a chi studia per la ricerca contro
il cancro</p>

La prima sillaba dello spaventoso aggettivo è sempre più in ombra: da incurabile, il cancro si fa sempre più curabile. L'Airc lo sottolinea graficamente nella campagna della Giornata per la ricerca sul cancro, che si svolge il 5 novembre. Ma questa «giornata» non dura solo 24 ore: iniziative si susseguiranno per tutto il mese, durante la settimana saranno coinvolte le reti Rai; sabato 6 ci saranno 21 incontri in varie città; e poi, appelli a donare lanciati anche dai campi di calcio e una raccolta fondi che andrà avanti fino alla fine dell'anno (attraverso sms al 45508, ricevitorie Sisal, agenzie Unicredit, versamenti con carte di credito e bollettini postali: tutte le informazioni su www.airc.it). L'Airc ha anche prodotto un video, che raccoglie il senso della Giornata: portare in primo piano il lavoro dei ricercatori finanziati dall'associazione. Noi abbiamo parlato con quattro di loro.

 

SIMONA PALADINO

Stati Uniti, India, Francia, poi il ritorno in Italia: Simona Paladino, 37 anni, biologa, sposata, un figlio di 4, una passione per il calcio condivisa da sempre col marito - lei ala destra, lui mediano centrale «anche nella vita» - è tornata nella città dove è nata, Napoli, al Dipartimento di biologia e patologia cellulare e molecolare dell'università: ha vinto un My First Airc Grant, lavora con un gruppo di sole donne, cerca di capire come l'ambiente lipidico attorno a determinate proteine coinvolte nel cancro possa modulare la loro attività. L'obiettivo è pensare a un'altra possibilità di approccio terapeutico: anziché chemioterapia, anticorpi monoclonali. «La mia prima passione è stata questa, fin dalle elementari, e a tutti quelli che studiano nel mio campo, all'università, consiglio di interrogarsi a fondo: i posti nei laboratori sono pochi, gli spazi scarseggiano, e purtroppo il nostro sistema impone periodi di laboratorio anche a studenti demotivati. Oggi mi ritengo fortunata perché ho una posizione stabile, ma il problema non è solo lo stipendio: con il taglio dei fondi previsto dal decreto Gelmini al mio dipartimento dovrebbero arrivare 20 mila euro invece di 80 mila, non ci sono i soldi nemmeno per le fotocopie».

 

TORNA ALLE NEWS

 

THOMAS VACCARI

Si ritiene «decisamente beneficiato» Thomas Vaccari, biologo milanese, 37 anni, sposato con una biologa, un figlio di tre e mezzo, capo unità nel Campus Ifom-Ieo di Milano: «Airc supporta tutta una linea di ricerca, 5 persone per 5 anni, se superiamo la verifica a metà strada». Vaccari, università in Italia, dottorato in Germania, ricercatore in America, a Berkeley, in totale dieci anni di studi dopo la laurea, è uno dei più promettenti studiosi italiani. Tornato a casa «perché voglio fare qualcosa nel mio Paese: questo è un lavoro globale, si può fare ovunque». Curiosità, volontà, perseveranza, capacità di sopportare le frustrazioni inevitabili della sperimentazione sono le caratteristiche che ritiene indispensabili per un ricercatore. Per la lotta al cancro, lui si è concentrato su un insetto, la Drosophila, il moscerino della frutta, per studiare «un gruppo di geni che agiscono come soppressori tumorali, la cui inattivazione contribuisce allo sviluppo del cancro». Manipolando il genoma dell'insetto, che ha con l'uomo tra il 50 e il 60% del patrimonio genetico in comune, lo si fa ammalare e si studiano le conseguenze. Nel suo laboratorio c'è la «camera delle mosche»: le Drosophile vivono in tubi trasparenti con un pastone di zuccheri, muffa e polenta, simile alla frutta marcia di cui sono ghiotte.

LETIZIA LANZETTI

«Non si viaggia al buio, oggi non può più succedere, come a Pasteur, di scoprire per caso la penicillina, e per fortuna: un sistema di comunicazione tra laboratori sviluppatissimo e la diffusione capillare dell'informazione scientifica permettono di fare piccoli salti, non un grande salto magari casuale: è meno affascinante, ma ci evita errori, il sistema è molto controllato». Letizia Lanzetti, biologa cellulare, 40 anni, un figlio di 3 e mezzo, un marito tedesco, lavora al Dipartimento di scienze oncologiche dell'Università di Torino. Studia i meccanismi di proliferazione cellulare. «Individuare le proteine che controllano la crescita cellulare è indispensabile perché spesso nei tumori queste sono mutate: conoscendole sarà possibile disegnare, in futuro, farmaci che colpiscano solo le cellule che portano i geni mutati. La scelta di Airc di investire è un incentivo forte a non lasciare l'Italia, una scommessa su giovani che non fanno parte dell'establishment. Se non ci fosse Airc - che siamo tutti noi, la coscienza collettiva che spinge a donare qualche euro a testa - buona parte della ricerca non riuscirebbe ad andare avanti, e chi lavora qui è stato sottoposto a criteri molto duri di selezione, con verifiche continue».

 

RUGGERO DE MARIA

46 anni, nato a Roma, medico, Ruggero De Maria è uno dei ricercatori italiani più conosciuti del mondo: scienziato sulle orme di un padre pioniere - autore del primo trapianto di rene in Italia e morto quando lui era bambino - dirige il Dipartimento di ematologia, oncologia e medicina molecolare dell'Istituto superiore di sanità. Si dedica allo studio delle cellule staminali neoplastiche: «Isoliamo le staminali da pazienti, abbiamo costituito una bio-banca grazie alla quale siamo in grado di riprodurre i tumori dei pazienti in laboratorio provando le terapie prima degli studi clinici». È un veterano dei contributi Airc, il primo lo ha ricevuto nel 1998. «Sono fortunato, guadagno 3.100 euro al mese, ma il primo stipendio l'ho avuto dopo 6 anni di lavoro gratis, a 30. Con i miei ricercatori mi faccio in quattro perché siano pagati. D'altra parte sono bravissimi, considerate le difficoltà della ricerca in Italia. Da noi, per essere competitivi, devi veramente dare l'anima, i mezzi sono pochi, i costi altissimi: solo i reagenti costano più del doppio che in America e hanno l'Iva, cosa impensabile in un Paese dove non si tassa la ricerca. Non è un caso che quando gli italiani emigrano facciano grandi cose: qui sono abituati ad aguzzare l'ingegno».

 

Le interviste e le foto sono si Vanity Fair n. 44 in edicola

 


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