DALL'ITALIA14:32 - 15 novembre 2010

Governo in crisi, Napolitano convoca Fini e Schifani. Il punto di Giorgio Dell'Arti

Formalizzate le dimissioni della delegazione di Fli: «La manovra, poi il nuovo esecutivo». Apertura a Casini, Rutelli e Lombardo.Ad Arcore vertice Berlusconi-Bossi. Domani sul Colle i presidenti dei due rami del Parlamento

di Giorgio Dell'Arti
<p>Governo in crisi, Napolitano convoca Fini e Schifani. Il punto
di Giorgio Dell'Arti</p>
PHOTO GETTY IMAGES

La crisi del governo Berlusconi si è aperta ufficialmente oggi poco dopo 13, con la consegna al premier delle lettere di dimissioni da parte dei quattro finiani che facevano parte dell'esecutivo. Si tratta del ministro delle Politiche comunitarie Andrea Ronchi, del viceministro al Commercio estero Adolfo Urso e dei due sottosegretari Roberto Menia e Antonio Buonfiglio.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha subito convocato per domani pomeriggio i presidenti delle due Camere, Fini e Schifani per fare il punto della situazione. Nella nota del Quirinale si parla di un incontro dedicato «all'esame delle prossime scadenze dell'attività parlamentare».

DIMISSIONI «IRREVOCABILI»

Urso, precisando che le dimissioni sono «irrevocabili», ha spiegato così il gesto: «Noi vogliamo con queste dimissioni chiudere una pagina e proseguire la legislatura con un nuovo governo di centrodestra. Ma nel caso che altri si dovessero assumere la responsabilità, noi andremo al voto con un'altra coalizione di centrodestra, con le forze che si richiamano ai valori del popolarismo europeo e quindi Fini, Casini, il movimento di Lombardo, l'Api di Rutelli e comunque le altre forze sociali e produttive del paese che vogliono, nel centrodestra, dal centrodestra, cambiare e rinnovare la politica, voltare pagina».

LA RISPOSTA DEL GOVERNO

Dal governo hanno risposto immediatamente. «Con il ritiro della delegazione dei finiani dal governo si sta consumando il tradimento», ha detto il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi. Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha parlato di «grave errore politico». Il ministro della Difesa Ignazio la Russa ha rinnovato il suo invito a trovare un accordo: «Il mio appello è ancora valido, anche se so che ci siamo spinti troppo in là. Dovrebbe prevalere anche oggi la cura per l'interesse verso l'Italia e gli italiani che ci spinsero anni fa a scendere in politica quando ancora avevamo i pantaloni corti».

Ieri Berlusconi, al telefono con la manifestazione del Pdl al Teatro Nuovo di Milano, era stato chiaro: «Sono sicuro che il governo otterrà la fiducia sia a Palazzo Madama che a Montecitorio. Se così non fosse, credo che dovremo andare di nuovo a votare, ma solo per la Camera».

Sull'ipotesi del voto solo per uno dei due rami del Parlamento, l'articolo 88 della Costituzione recita: «Il presidente della Repubblica può, sentiti i loro presidenti, sciogliere le Camere o solo una di esse». Quindi teoricamente è possibile.

PROBLEMI ALL'ORIZZONTE, DA FINI ALLA COSTITUZIONE

Il primo ostacolo è dato dallo stesso Fini. La Costituzione non precisa se il parere dei due presidenti delle Camere sia vincolante o meno. Di sicuro Fini si opporrebbe all'ipotesi avanzata dal premier.

C'è poi il problema della prassi, cioè della costituzione materiale che si è andata formando nel corso dei decenni. Gi unici precedenti risalgono al 1953, al 1958 e al 1963. Ma era una situazione differente, allora il Senato aveva una diversa durata rispetto alla Camera: sei anni contro cinque. E l'assemblea di Palazzo Madama fu sciolta per equiparare la durata del mandato. Spiega Valerio Onida, già presidente della Consulta: «Oggi sarebbe un assurdo, se si scioglie la Camera è perché non c'è più la maggioranza di governo. Sono cambiate le condizioni politiche: se si andasse alle elezioni solo per uno dei due rami del Parlamento si potrebbe avere come risultato una maggioranza confliggente».

Quando fu scritta la Costituzione il sistema elettorale preso a modello era quello proporzionale, sistema che non ha mai determinato una differenza sensibile di consenso tra un ramo e l'altro del Parlamento. La differenza è emersa col Porcellum che ha criteri diversi nell'assegnazione dei premi di maggioranza e quindi può rendere precario in una camera un governo che è solidissimo dall'altra parte. Quando capitò al governo Prodi nel 2008, sfiduciato solo al Senato ma con una maggioranza a Montecitorio, si andò alle urne.

LA QUESTIONE DELLA GUERRA DELLE MOZIONI

Il Pd e l'Idv ne hanno presentata una di sfiducia alla Camera. Quasi contemporaneamente dal Pdl ne è arrivata un'altra di fiducia al Senato. Per Berlusconi è fondamentale presentarsi prima a Palazzo Madama, dove ha ancora una maggioranza anche senza i finiani, perché se andasse prima alla Camera, e non ottenesse la fiducia, dovrebbe salire subito al Quirinale. Basta infatti il no di una delle due assemblee per far cadere il governo.

Andando prima al Senato (dove la fiducia è sicura) e poi alla Camera, anche in caso di bocciatura otterrebbe un doppio risultato. Potrebbe chiedere il solo scioglimento della Camera, procedura che oltre tutto gli permetterebbe di liquidare Fini dalla presidenza. E potrebbe dimostrare che non esiste nessuna maggioranza capace di sostenere un governo: al Senato la maggioranza è la sua, mentre alla Camera è di qualcun altro. Dunque, il Quirinale non dovrebbe perdere tempo nel cercare una maggioranza alternativa. Si andrebbe direttamente alle urne.

I NUMERI IN PARLAMENTO

Alla Camera i deputati del Pdl (234) e della Lega (59) sono in tutto 293, ai quali si aggiungono 11 parlamentari di Noi Sud e Pid, Pionati e Nucara. Si arriva così a 306, forse 309 se anche Cesario, Grassano e Calearo votassero a favore. Mancano sette voti ai 316 necessari per avere la maggioranza.

Al Senato la soglia minima è di 160 voti, esattamente quanti sono i rappresentanti di Pdl (134) e Lega (26) messi assieme. Del resto anche il capogruppo dei finiani, Pasquale Viespoli, non ha dubbi che «il governo al Senato avrà una larga maggioranza nel voto di fiducia, perché i senatori amano innanzitutto la stabilità». Tradotto: i senatori di prima nomina o a rischio rielezione (che non hanno ancora maturato il vitalizio) sono 105, un terzo del totale. Sicuramente non voteranno per far cadere il governo.

In ogni caso i tempi per il voto di fiducia non saranno brevi, prima deve essere approvata la Finanziaria. La Camerà voterà giovedì 18 o venerdì 19. Poi inizierà l'iter del Senato, che dovrebbe approvare il testo a metà dicembre (ha tempo fino al 31).

LE REAZIONI

Dario Franceschini del Pd ha già chiesto a Fini di mettere in calendario alla Camera mozione di sfiducia subito dopo l'approvazione della legge di stabilità da parte di entrambe le Camere. Più diretto Antonio Di Pietro: «Noi dell'Idv conveniamo con questa necessità: mettiamo in stabilità i conti poi, immediatamente, ci sia questa verifica perché non si può stare fermi mentre il Paese si distrugge».

Stasera, alla consueta cena del lunedì sera ad Arcore, Umberto Bossi cercherà probabilmente di convincere il premier a dimettersi per attuare una crisi lampo e pilotata e assumere un nuovo incarico alla guida di Berlusconi bis. Lo stesso Bossi ha fatto sapere: «A me Fini ha detto che non gli dà fastidio vedere Berlusconi fare il presidente del Consiglio, io sto alle sue parole». Sarà necessario in questo caso un rimpasto dei ministri e una ristrutturazione che accetti Fli come forza paritaria di Pdl e Lega. Cosa che Berlusconi difficilmente accetterà.

Fonte[ Vanity Fair ]

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