DALL'ITALIA12:49 - 09 novembre 2010

Roberto Baggio, premio per la Pace (ma non perdona Trapattoni)

Dopo anni di silenzio, è tornato. In Giappone per ricevere un «vice Nobel» per la Pace (dai veri premi Nobel). A Coverciano per insegnare ai nostri ragazzi come si gioca a pallone. E qui, per raccontare che si può andare oltre il dolore, e scomparire senza farsi male. Quello che non si può fare è cambiare la moviola

di Gabriele Romagnoli
<p>Roberto Baggio, premio per la Pace (ma non perdona
Trapattoni)<strong><br />
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PHOTO ORLANDO SALMERI - COURTESY OF VANITY FAIR

C'è un torto, dice Roberto Baggio, che non riesce a mandare giù. «Il 2002. Il Mondiale del 2002. Sarebbe stato il quarto e io dovevo esserci. Era giusto, era sacrosanto. Per la carriera che avevo avuto ne avevo diritto. Mi dovevano portare, darmi quell'occasione... Anche se fossi stato in carrozzella mi dovevano portare. E poi avevano appena allargato la rosa dei convocati a ventitré. E l'avevano fatto perché potessimo partecipare anche io e Ronaldo che venivamo da infortuni e potevamo essere un rischio. Un uomo in più, che problema c'era? Invece Ronaldo andò, risorse e vinse. Io, a casa». Il codino è tornato. L'estate scorsa Roberto Baggio ha accettato un incarico nella Federazione del gioco del calcio italiano.
Ora che sta per ricevere un «vice Nobel» per la Pace, il «Peace Summit Award», attribuito da una giuria di premiati a Oslo, con Vanity Fair - in edicola dal 10 novembre - ripercorre la sua carriera.
Hai deciso tu di smettere?
«Sì».
Ti è costato?
«Da morire. Io avrei voluto giocare fino a… vorrei giocare ancora. Se non avessi avuto quel ginocchio sarebbe stato diverso, forse sarebbe stato possibile, ma abbiamo una sola storia, va in un solo modo. E come posso non accettarla? Io avevo un sogno: giocare la finale dei Mondiali contro il Brasile (Stati Uniti 1994, ndr)».
Hanno detto che non eri in condizione e hai voluto esserci lo stesso…
«Ho giocato centoventi minuti, mi sembra la risposta. Ero a pezzi, ma lo eravamo tutti. I brasiliani erano già lì da un pezzo, abituati, rilassati».
Eppure non hanno vinto tre a zero.
«Magari».
In che senso?
«Se perdi tre a zero te ne fai una ragione. È meglio per tutti: per chi vince e per chi perde. Vallo a chiedere a chiunque, anche a quelli di Berlino, certo che sono contenti, ma se avessero vinto senza rigori, di più. E se perdi ai rigori ci stai proprio male. Io ho perso tre Mondiali, tutti ai rigori: Italia '90 senza perdere una partita, tutte vittorie e un pareggio, Usa '94 con quel rigore sopra la traversa, Francia '98 contro la Francia che poi diventò campione e avevo pure segnato il rigore: se permetti, mi girano i coglioni».
Perché lavori per la Federazione?
«Ho accettato per amore, non prendo un euro, se mi accorgessi che non ho niente da fare, come sono venuto me ne andrei. Nessun problema, sono già scomparso una volta. E non ho provato dolore».

L'intervista completa sul n. 45 di Vanity Fair in edicola dal 10 novembre.

Fonte[ Vanity Fair ]

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RISULTATI
monica Pintus 70 mesi fa

caro Gabriele,la tua intervista è molto bella come al solito, ma vorrei sapere da te se la citazione di Hikmet che sta appese alla parete della tua memoria non fosse in realta di un certo Kostantinos Kavafis! qualcuno mi ha detto così,io prima di replicare attendo una tua risposta! a te tutta la mia stima.Monica

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