DALL'ITALIA15:41 - 09 giugno 2010

La legge 40 e il diritto di avere un figlio che possa vivere

Cinque anni dopo il referendum, le sentenza cambiano le norme sulla fecondazione assistita.

di Veronica Bianchini
<p>La legge 40 e il diritto di avere un figlio che possa vivere</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

Cinque anni fa, il referendum non seppe bloccare la legge 40, Cinque anni dopo, a sorpresa sono state le sentenza a cambiare le norme sulla fecondazione assistita. Dietro, il coraggio di uomini e donne. Neris e Alberto per esempio

Cinque anni fa, una battaglia civile tutta in salita. Appoggiata, tra gli altri, da questo giornale. Culminata, prevedibilmente, nella sconfitta - a causa dell'ostilità della Chiesa e dell'astensionismo predicato da gran parte del centrodestra - ai referendum abrogativi del 12-13 giugno: la Legge 40 sulla fecondazione assistita, entrata in vigore un anno prima e subito contestata per le sue limitazioni alla libertà, restava in vigore. La bella sorpresa è che, dove non riuscirono i referendum, sono arrivati i magistrati. Pochi sanno che, cinque anni dopo, resta ben poco di quella legge, smantellata pezzo per pezzo da sentenze e ricorsi. E, dietro le sentenze e i ricorsi, le storie di dolore e di coraggio di persone vere. Ecco - raccontate da quelle persone - le storie che hanno «smontato» la Legge 40.

Il Tribunale di Salerno ordina al ginecologo Domenico Danza di procedere, su una coppia fertile ma portatrice di una malattia genetica fatale (Atrofia muscolare spinale di tipo 1, in sigla Sma1), alla fecondazione assistita con la diagnosi preimpianto dell'embrione. Ipotesi che, nella stesura originale della Legge 40, sarebbe stata doppiamente vietata. E se uno dei due divieti (quello della diagnosi preimpianto) era caduto con le Nuove linee guida del 2008, le coppie fertili restavano escluse dalla fecondazione assistita. Prima della sentenza, cioè, Neris e Alberto, in quanto fertili, non potevano accedere alla fecondazione, quindi alla diagnosi, quindi al diritto di mettere al mondo un figlio sapendo che non è già condannato.

Neris: «Quando è nata, Beatrice era bellissima. Occhioni enormi, paffuta. Sembrava perfettamente sana. Quasi subito però ho avuto l'impressione che qualcosa non andasse: sgambettava poco, la pancia mi sembrava gonfia. Il pediatra continuava a rassicurarmi: "Lei è una mamma troppo apprensiva".

Alberto: «Avevamo intuito che c'era qualcosa di grave,  poi è arrivata la diagnosi con quella sigla, "Sma", una malattia genetica di cui eravamo entrambi portatori. Nei bambini colpiti, i muscoli non si sviluppano, anzi si indeboliscono progressivamente, ostacolando l'alimentazione, la deglutizione e la respirazione fino alla morte per soffocamento, entro i primi dodici mesi».

Neris: «Se n'è andata tra le nostre braccia. Ci mancava tantissimo, e qualche mese dopo abbiamo deciso di provare ad avere un altro figlio. Purtroppo la Legge 40, già entrata in vigore, ci chiudeva tutte le porte. Speravamo, però, che ci aiutasse la statistica: da portatori sani, abbiamo solo il 25 per cento di possibilità di avere un bambino malato. Ci era già successo: non doveva accadere ancora. Quando sono rimasta incinta, ho passato i primi tre mesi, in attesa di poter fare il test genetico, come in apnea. Non aprivo gli occhi durante le ecografie, non volevo vederlo. Fatto il test, ho dovuto aspettare quindici giorni. Poi, quella telefonata: "Signora, venga in ospedale". Avevo già capito. Ho dovuto interrompere la gravidanza. Dopo quello che ci era già successo, affrontare un aborto è stata durissima. Per fortuna, e per caso, due mesi dopo sono rimasta di nuovo incinta. Ed è nato Pietro, il nostro miracolo. Nemmeno portatore sano. La decisione di fare ricorso per poter accedere alla fecondazione assistita e alla diagnosi preimpianto l'abbiamo presa dopo una seconda interruzione di gravidanza, nel 2008, perché aspettavo di nuovo un bambino malato, e dopo un successivo aborto spontaneo. Ci hanno accusato di eugenetica, di volere un figlio perfetto, tutto quello che vogliamo è un figlio che possa vivere. Dopo un lutto e tre interruzioni di gravidanza, non possiamo sopportare oltre. Ci piacerebbe dare un fratellino a Pietro, ma adesso la nostra è anche una battaglia di principio: non vogliamo che altre coppie debbano affrontare quello che abbiamo attraversato noi». Neris e Alberto, finalmente, stanno per sottoporsi a un trattamento di fecondazione assistita con diagnosi preimpianto. In Italia.

Il servizio completo su Vanity Fair n.23/2010 in edicola da mercoledì 9 maggio

 

Fonte[ Vanity Fair ]

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RISULTATI
atina37 75 mesi fa

Sono le persone come voi che ci fanno ancora credere in questo paese. Anche noi da tanto combattiamo contro l’infertilità, contro tutto e contro tutti, ma difficilmente siamo capiti, siamo solo quelli che si “accaniscono” per poter avere un figlio, chissà perché gli italiani reagiscono così, non facciamo niente di male, non facciamo del male a nessuno, vogliano solo far diventare realtà nostri sogni, ma si sa “la società perdona spesso il delinquente, non perdona il sognatore” Un abbraccio.

giuseppa 75 mesi fa

scusami ti saluto auguri ciaooo giusy

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