DALL'ITALIA13:07 - 16 giugno 2010

Un microchip sottopelle per vivere 120 anni

Lo sta studiando il San Raffaele di Don Luigi Verzè

di Lavinia Farnese
<p>Un microchip sottopelle per vivere 120 anni</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

Un giorno non molto lontano, si potrà vivere a lungo, anche 120 anni. Grazie a un microchip che, sottopelle, monitorerà le nostre condizioni fisiche e si attiverà alla comparsa di qualsiasi anomalia, fosse anche una sola cellula cancerogena. Invierà il segnale a un centro per la longevità, dove medici studieranno la situazione, avvertiranno il paziente e lo cureranno, in qualsiasi parte del mondo si troverà.

Il fondatore del San Raffaele di Milano, don Luigi Verzè, ci sta lavorando col progetto Quo Vadis, un luogo di ricerca per l'elisir di lunga vita che sorgerà a Lavagno (Verona).

Nella realizzazione della struttura sanitaria (550 mila metri quadri per 12 milioni di euro), si è impegnato anche il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia. L'idea è stata più volte apprezzata anche dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, amico di don Verzè: nel giugno del 2007, ha partecipato alla posa della prima pietra. Da allora, il suo governo non ha mai tagliato i fondi a sostegno della causa.

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IL CASO

E il Cavaliere investe
sull'elisir di lunga vita

Primo azionista di Molmed con Doris e Del Vecchio, azienda che produce farmaci anti-cancro. Non tagliati fondi a don Verzé per le ricerche sulla longevità

di FRANCESCO BEI ROMA - "Vogliamo anche vincere il cancro, che colpisce ogni anno 250mila italiani e che riguarda quasi due milioni di nostri cittadini". Sembrava solo una battuta, quella pronunciata dal palco di San Giovanni due mesi fa. Invece il Cavaliere, al solito mescolando business e politica, il progetto lo stava coltivando davvero e in gran segreto, insieme all'affannosa rincorsa dell'immortalità. Lo si è compreso solo ieri, quando l'agenzia economica Bloomberg ha scoperto che Berlusconi, attraverso Fininvest, ha aumentato il proprio investimento in Molecular Medicine Spa (Molmed), una compagnia italiana che ha allo studio due nuovi farmaci antitumorali.
Tutto risale allo scorso dicembre, quando il premier non solo è diventato il primo azionista (con il 24 per cento) dell'azienda biomedica con sede a Milano, ma ha persino piazzato Luigi, il figlio più piccolo, nel Consiglio d'amministrazione. L'azienda, informa Bloomberg, è valutata 40,6 milioni di euro e sta lavorando a due farmaci innovativi contro i tumori (sono un impronunziabile cocktail di consonanti: NGR-hTNF e Tk) che sarebbero fase avanzata di sperimentazione: uno attaccherebbe i principali tipi di cancro, mentre l'altro aiuterebbe a ricostruire il sistema immunitario distrutto dalla leucemia. Altri soci eccellenti dell'azienda sono Leonardo Del Vecchio, patron del gruppo Luxottica, e Ennio Doris, fondatore della Mediolanum e amico del premier, con una quota di poco più dell'8 per cento.
Fatto è che per Berlusconi, operato alla prostata nel 2000, il cancro è come Moby Dick per il capitano Acab: un'ossessione. L'altra ossessione è quella della longevità e non a caso il premier è molto generoso nelle donazioni a Don Verzè, che sta portando avanti il progetto "Quo Vadis", un centro ricerche del San Raffaele sorto con l'obiettivo di far arrivare i vecchi a 120 anni. Sarà una pura coincidenza, ma la clinica è l'unica che non ha ricevuto tagli ai fondi negli ultimi anni. Quanto al cancro, nel prossimo libro di Bruno Vespa, Berlusconi ha anche messo in dubbio - con una punta di risentita diffidenza verso la casta medica - che all'epoca fosse per lui indispensabile finire sotto i ferri del chirurgo, "Ho sempre avuto una grande fiducia in me stesso - ha raccontato il Cavaliere al conduttore di Porta a Porta -. E poi sa che le dico? Non sono nemmeno sicuro che quella operazione fosse necessaria. Sulla base dell'esperienza mi permetto di suggerire a tutti di farsi visitare da tre specialisti diversi prima di rassegnarsi a un intervento chirurgico".
(f. bei)

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RISULTATI
alex 75 mesi fa

Ho sempre dubitato di certi politici, ma ora ho la conferma e anche quella di un sacerdote haimè quanto dolore .

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