DALL'ITALIA13:22 - 21 giugno 2010

Pomigliano, dal referendum alla clausola anti-assenteismo: qual è la (vera) posta in gioco

L'era del «dopo Cristo» di Marchionne, i motivi e gli obiettivi del referendum, il fattore polacco

di Giorgio Dell'Arti
<p>Pomigliano, dal referendum alla clausola anti-assenteismo: qual
è la (vera) posta in gioco</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

UN REFERENDUM PER LA NUOVA PANDA
Domani i 5.200 dipendenti della Fiat di Pomigliano d'Arco voteranno il referendum sull'accordo firmato la settimana scorsa da tutti i sindacati tranne la Fiom, i metalmeccanici della Cgil. In cambio del trasferimento in Campania della produzione della nuova Panda, con un investimento di 700 milioni di euro, l'azienda chiede una maggiore flessibilità: 18 turni settimanali, compreso quello della domenica notte, 120 ore di straordinari annui obbligatori invece delle attuali 40, la possibilità di punire gli scioperi «ingiustificati». «Vuoi che la Fiat chiuda e ti licenzi, oppure rinunci ai tuoi diritti, compreso quello allo sciopero? Sarà questo il vero quesito del referendum», ha provocato Antonio Di Pietro, leader dell'Italia dei Valori schierato con la Fiom.

SEGGI APERTI DALLE 8 ALLE 20
Per favorire la partecipazione al voto, la Fiat ha richiamato al lavoro tutti i dipendenti in cassa integrazione. Nella sala dove vengono consegnate le buste paga saranno allestite dieci urne, durante ogni turno di lavoro ci saranno due ore di assemblea chieste dai sindacati per consentire ai lavoratori di votare. Apertura dei seggi alle 8, chiusura alle 20, alle 21 comincerà lo spoglio.

VINCERANNO I SÌ
Poiché la sola Fiom, che rappresenta il 20% dei lavoratori iscritti a un sindacato (63%), si è schierata contro l'accordo, il successo dei sì appare scontato. Lo stesso sindacato dei metalmeccanici della Cgil non ha dato  ai propri iscritti indicazioni di voto, anche se gli ha chiesto di recarsi alle urne «per evitare schedature». A sostegno del «sì», sabato c'è stata una fiaccolata che secondo le forze dell'ordine ha visto la partecipazione di 3-5mila persone (molte meno secondo altre fonti). Impiegati e professional (quelli che un tempo si chiamavano quadri) hanno sfilato accompagnati dai familiari dietro striscioni con scritte tipo "Sì all'accordo, sì al nostro futuro" e cantando «chi non lavora non fa l'amore, questo diceva ieri Marchionne».

IL FATTORE POLACCO
Non basterà la semplice vittoria dei «sì» per convincere la Fiat a portare a Pomigliano la produzione della nuova Panda (verrà svelata nell'autunno del prossimo anno e debutterà a livello internazionale al Salone di Francoforte). Lo stabilimento di Tychy, in Polonia, ha prodotto la vecchia con performance da record: i 6.000 dipendenti realizzano da soli lo stesso numero di auto dei 20.000 colleghi dei cinque stabilimenti italiani del gruppo, e costano molto meno (lo stipendio medio non arriva a 800 euro lordi mensili), per un risparmio finale a vettura stimato in 500-600 euro. Da quelle parti sono convinti che non ci sia alcune ragione di spostare la produzione in Italia e che si tratti solo di un'operazione "politica", cui si preparano a rispondere confidando nel sostegno del nuovo presidente eletto questo settimana.

LA ZAVORRA DELL'ASSENTEISMO
L'obiettivo Fiat, fissato in 270mila vetture l'anno, non è facile da realizzare: non tanto perché nel 2009 ci si è fermati a 35mila (i lavoratori sono rimasti in cassa integrazione per lunghi periodi) quanto per l'alto livello di assenteismo che da sempre contraddistingue l'impianto. Marchionne: «Smettiamoci di prenderci per i fondelli. Lunedì scorso a Termini Imerese si è scioperato solo perché giocava la Nazionale e così si fa a Pomigliano e in tutti gli stabilimenti italiani». I lavoratori campani respingono l'accusa solo in parte. Una caposquadra: «Non è una fabbrica di fannulloni. Ci sono tanti ragazzi che hanno voglia di lavorare. Ovviamente c'è questa minoranza che magari per vedersi la partita di calcio chiede di fermarsi o sciopera».

LA CLAUSOLA DI RESPONSABILITÀ
Per tutelarsi, la Fiat ha fatto mettere appunto dal suo consulente Raffaele De Luca Tamajo una clausola che la difenda dagli assenteisti: «Il sindacato è libero di proclamare uno sciopero. Ma se questo incide sui risultati produttivi promessi, il sindacato avrà conseguenze in termini di contributi e permessi (quelli in più, non quelli previsti dalla legge)». Di più: «Se ci si mette in malattia in massa senza che ci sia un'epidemia, ma chessò, in occasione di uno sciopero o di una partita di campionato, allora scatta il mancato pagamento dei primi tre giorni di malattia». Problema: chi giudicherà questi casi? «Una commissione paritetica», ma in mancanza di un accordo l'ultima parola «spetta all'azienda».

LA QUESTIONE COSTITUZIONALE
Secondo i nemici dell'accordo la «clausola di responsabilità» va contro l'articolo 40 della Costituzione, quello che garantisce il diritto di sciopero. La questione ha mandato su tutte le furie Marchionne: «Stiamo facendo discussioni attraverso televisioni e giornali su ideologie che ormai non hanno più corrispondenza con la realtà, parliamo di storie vecchie di 30-40-50 anni fa, parliamo ancora di padrone contro lavoratore, ma sono cose che non esistono più». Secondo gli esperti il problema però esiste. Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte Costituzionale: «La giurisprudenza tende a sconfessare gli accordi peggiorativi».

OBIETTIVO MINIMO DEI «SÌ»: 70%
Temendo di essere paralizzata dalle vertenze, la Fiat vuole che dalle urne emerga il consenso di quasi tutti i lavoratori non iscritti alla Fiom (diciamo sopra il 70%). Comunque vada, le dichiarazioni di Maurizio Landini, da pochi giorni segretario generale della Fiom, non inducono all'ottimismo: «È difficile fare funzionare una fabbrica senza consenso e sotto costrizione: prima o poi esplode». Per questo alcuni, in testa il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, sostengono che dopo il voto bisognerebbe cercare un accordo con il fronte del no. Secondo Raffaele Bonanni, segretario della Cisl, è una proposta priva di senso: «È quando si fa il patto che avviene lo scambio: tu dai le garanzie a me e io a te. Trattare dopo che un accordo è già stato siglato è solo una pia illusione».

IL «PIANO C» DEL LINGOTTO
Non ci fosse una vittoria netta al referendum (piano A), oltre a lasciare la produzione in Polonia (piano B), ci sarebbe forse una terza alternativa (piano C): la Fiat potrebbe costituire una nuova società cui conferire le attività produttive di Pomigliano per la fabbricazione della Panda: i lavoratori verrebbero licenziati e riassunti uno per uno, seguendo lo schema già adottato per Alitalia, col nuovo contratto (turni di notte di sabato e domenica, meno pause, più straordinari ecc.): d'un colpo, verrebbero cancellati il contratto nazionale, il sindacato, l'iscrizione a Confindustria.

NASCE IL MODELLO POMIGLIANO?
Il «piano C» sarebbe probabilmente la soluzione peggiore per quanti temono che Pomigliano dia il via a nuove deroghe al contratto nazionale. Cofferati: «La posizione della Confindustria conferma che l'intenzione è quella di considerare Pomigliano un modello da esportare ovunque. Cercheranno tutti di adeguarsi». A quest'ipotesi non crede neanche Pierluigi Bersani, segretario del suo stesso partito, il Pd: «Non è esportabile in altre realtà, non se ne può fare un modello o ideologizzarlo, perché queste condizioni non esistono nel resto del paese. Quella di Pomigliano è un'operazione che non era mai stata fatta da nessuna parte: si sposta una produzione dalla Polonia all'Italia».

IL DOPO CRISTO DEI LAVORATORI
«Io vivo nell'epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa», ha detto in questi giorni Marchionne rispondendo a chi vede nell'accordo di Pomigliano un arretramento rispetto alle conquiste del passato. Secondo Valentino Parlato, ex direttore del manifesto, «la colpa non è di Marchionne. Lui è schiavo di una situazione impostagli dal capitalismo». Ha spiegato Eugenio Scalfari su Repubblica: «Se la Fiat trasferisce la produzione di uno dei suoi modelli da una fabbrica dove i salari e le condizioni del lavoro sono più favorevoli al capitale investito ad una fabbrica dove sono invece più sfavorevoli, il trasferimento potrà farsi soltanto se le condizioni tenderanno a livellarsi, oppure non si farà. Questo è il dopo Cristo di Marchionne; non si tratta di ricatto ma di dati di fatto e con i dati di fatto è inutile polemizzare».

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