DALL'ITALIA10:08 - 23 giugno 2010

A Rosarno c'è una «scuola della legalità»

Rosarno, in Calabria, i figli dei boss non vogliono fare la sua fine. Sono i primi, nella storia della mafia, a ribellarsi agli «errori» dei genitori.

di Tamara Ferrari
<p>A Rosarno c'è una «scuola della legalità»</p>

È la prima volta che succede una cosa del genere nella storia della mafia. E il merito non è di un'inchie- sta giudiziaria, ma di una donna, Maria Rosaria Russo, 45 anni, preside del liceo scientifico Raffaele Piria di Rosarno, il paese che tutti ricordano per la brutta storia degli africani sfruttati nella raccolta delle arance. Il paese dove regnano le cosche dei Pesce-Bellocco e dei Piromalli- Molè, che insieme ai Nirta-Strangio di San Luca formano la triade dei clan più pericolosi della 'ndrangheta. «Nella mia scuola tanti ragazzi scelgono la legalità», dice Maria Rosaria Russo. «Molti hanno storie drammatiche, genitori uccisi o in carcere. Mi chiedono consigli, io dico loro che c'è sempre un'altra possibilità, ma devono abbandonare l'idea dei facili guadagni senza sudore». 

Annarita Molè, 17 anni, ha ricevuto un premio per la legalità durante il Festival della creatività organizzato dalla scuola. Suo padre, Rocco Molè, era il capoclan ucciso in un agguato il primo febbraio 2008 a Gioia Tauro. «Bisogna condannare qualunque forma di illegalità », ha scritto Annarita, «perché il potere, il facile guadagno senza sudore disintegrano i valori, annullano la persona, distruggono l'esistenza e l'anima di chi ti sta vicino».   

Che rapporto avevi con tuo padre?
«Lo amavo molto. Era un uomo che ha sbagliato e che ha pagato con la vita. Vorrei non dover pagare anch'io per i suoi errori».

Invece?
«Sono passati tre anni, ma ancora sento gente dire nei comizi che io, mia madre e le mie sorelle dobbiamo essere emarginate. Ma tutti dovremmo avere una seconda possibilità».

Tu come la sfrutteresti?
«Voglio vivere nella legalità. Dopo la morte di mio padre ho passato un periodo terribile. Pensavo di non farcela, ho lasciato la scuola che frequentavo, stavo per abbandonare gli studi. Poi ho trovato la forza di scavare dentro di me e ho capito che volevo voltare pagina. Per fortuna, poi, ho trovato questa scuola, dove mi hanno accolta senza badare al mio cognome e mi hanno aiutata a crescere».

Che cosa farai da grande?
«Voglio studiare e diventare una persona che viene rispettata per il bene che fa, non per il suo cognome. Vorrei un giorno poter dire la mia opinione su tutto senza vergognarmi. Ma per questo ho bisogno di aiuto».

Che tipo di aiuto?
«Ho rivolto un appello alle forze dell'ordine e alla collettività perché giudichino me, e i ragazzi come me, non per come ci chiamiamo, ma per quello che riusciremo a realizzare nella vita e per il contributo che sapremo dare alla società. Cambiare è un dovere, io ce la metto tutta».

Le testimonianze di altri ragazzi su Vanity Fair n.25/2010 in edicola da mercoledì 23 giugno

Fonte[ Vanity Fair ]

Tags:
Condividi:
  • Twitter
  • Facebook
  • Delicious
RISULTATI
Lunghezza massima del commento: 1000 caratteri
Style.it si riserva di cancellare commenti con contenuto diffamatorio o volgare, i messaggi autopromozionali e/o commerciali, oppure in cui vengano indicati dati sensibili o personali (indirizzi mail, numeri di telefono,...).