DALL'ITALIA12:45 - 23 giugno 2010

L'accordo di Pomigliano spiegato da Giorgio Dell'Arti

Ieri i risultati del referendum con cui i dipendenti hanno approvato il piano Marchionne

di Giorgio Dell'Arti
<p>L'accordo di Pomigliano spiegato da Giorgio Dell'Arti</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

HANNO VINTO I SÌ

62,2% a 36%: è questo il risultato del referendum votato ieri da quasi 5mila dipendenti della Fiat di Pomigliano d'Arco (affluenza del 95%), che hanno detto sì all'accordo firmato il 15 giugno da tutti i sindacati tranne la Fiom, i metalmeccanici della Cgil: in cambio del trasferimento in Campania della produzione della nuova Panda, con un investimento di 700 milioni di euro, l'azienda ha chiesto una maggiore flessibilità: 18 turni settimanali, compreso quello della domenica notte, 120 ore di straordinari annui obbligatori invece delle attuali 40, la possibilità di punire gli scioperi «ingiustificati».

UNO SU TRE STA CON LA FIOM

Poiché la Fiom rappresenta solo il 20% dei lavoratori di Pomigliano iscritti a un sindacato (63%), è chiaro che la Fiat si aspettava un successo di dimensioni ben più ampie (tra il 75% e l'80%), mentre si ritrova contro più di un lavoratore su tre. Con questo risultato diventa concreto il pericolo di un futuro in cui la fabbrica sarebbe paralizzata dai ricorsi di lavoratori o sindacati, ricorsi che farebbero mancare le premesse dell'accordo che sta alla base del trasferimento della produzione della nuova Panda dalla Polonia alla Campania.

TRATTARE CON LA FIOM?

Le dichiarazioni rilasciate la settimana scorsa da Maurizio Landini, neosegretario generale della Fiom, non inducono all'ottimismo: «È difficile fare funzionare una fabbrica senza consenso e sotto costrizione: prima o poi esplode». Saputo il risultato delle urne, i metalmeccanici della Cgil hanno ribadito che non firmeranno l'accordo ma si sono detti disponibili alla trattativa, ipotesi a cui al momento credono in pochi. Raffaele Bonanni, segretario della Cisl: «È quando si fa il patto che avviene lo scambio: tu dai le garanzie a me e io a te. Trattare dopo che un accordo è già stato siglato è solo una pia illusione».

LA CONCORRENZA DI TYCHY

Adesso molti temono che la Fiat non manterrà la promessa di portare a Pomigliano la produzione della nuova Panda (verrà svelata nell'autunno del prossimo anno e debutterà a livello internazionale al Salone di Francoforte). Lo stabilimento di Tychy, in Polonia, ha prodotto la vecchia con performance da record: i 6 mila dipendenti realizzano da soli lo stesso numero di auto dei 20 mila colleghi dei cinque stabilimenti italiani del gruppo, e costano molto meno (lo stipendio medio non arriva a 800 euro lordi mensili), per un risparmio finale a vettura stimato in 500-600 euro. Da quelle parti sono convinti che non ci sia alcune ragione di spostare la produzione in Italia e che si tratti solo di un'operazione «politica», a cui si preparano a rispondere confidando nel sostegno del nuovo presidente (uscirà dal ballottaggio del 4 luglio).

LA ZAVORRA DELL'ASSENTEISMO

L'obiettivo Fiat, fissato in 270 mila vetture l'anno, non è facile da realizzare: non tanto perché nel 2009 ci si è fermati a 35mila (i lavoratori sono rimasti in cassa integrazione per lunghi periodi) quanto per l'alto livello di assenteismo che da sempre contraddistingue l'impianto campano. Marchionne: «Smettiamo di prenderci per i fondelli. Lunedì scorso a Termini Imerese si è scioperato solo perché giocava la Nazionale e così si fa a Pomigliano e in tutti gli stabilimenti italiani». I lavoratori respingono l'accusa solo in parte. Una caposquadra: «Non è una fabbrica di fannulloni. Ci sono tanti ragazzi che hanno voglia di lavorare. Ovviamente c'è questa minoranza che magari per vedersi la partita di calcio chiede di fermarsi o sciopera».

LA CLAUSOLA DI RESPONSABILITÀ

Per tutelarsi, la Fiat ha fatto mettere appunto dal suo consulente Raffaele De Luca Tamajo una clausola che la difenda dagli assenteisti: «Il sindacato è libero di proclamare uno sciopero. Ma se questo incide sui risultati produttivi promessi, il sindacato avrà conseguenze in termini di contributi e permessi (quelli in più, non quelli previsti dalla legge)». Di più: «Se ci si mette in malattia in massa senza che ci sia un'epidemia, ma chessò, in occasione di uno sciopero o di una partita di campionato, allora scatta il mancato pagamento dei primi tre giorni di malattia». Problema: chi giudicherà questi casi? «Una commissione paritetica», ma, in mancanza di un accordo, l'ultima parola «spetta all'azienda».

LA QUESTIONE COSTITUZIONALE

Secondo i nemici dell'accordo la «clausola di responsabilità» va contro l'articolo 40 della Costituzione, quello che garantisce il diritto allo sciopero. La questione ha mandato su tutte le furie Marchionne: «Stiamo facendo discussioni attraverso televisioni e giornali su ideologie che ormai non hanno più corrispondenza con la realtà, parliamo di storie vecchie di 30-40-50 anni fa, parliamo ancora di padrone contro lavoratore, ma sono cose che non esistono più». Secondo gli esperti il problema, però, esiste. Piero Alberto Capotosti, presidente emerito della Corte Costituzionale: «La giurisprudenza tende a sconfessare gli accordi peggiorativi». Per questo il risicato (almeno dal punto di vista del Lingotto) successo dei sì potrebbe far precipitare la situazione di Pomigliano.

IL "PIANO C" DEL LINGOTTO

Con il risultato del referendum, prende forza una terza alternativa (piano C): la Fiat potrebbe costituire una nuova società cui conferire le attività produttive di Pomigliano per la fabbricazione della Panda: i lavoratori verrebbero licenziati e riassunti uno per uno, seguendo lo schema già adottato per Alitalia, con il nuovo contratto (turni di notte di sabato e domenica, meno pause, più straordinari ecc...): d'un colpo, verrebbero cancellati il contratto nazionale, il sindacato, l'iscrizione a Confindustria.

NASCE IL MODELLO POMIGLIANO?

Il "piano C" sarebbe probabilmente la soluzione peggiore per quanti temono che Pomigliano dia il via a nuove deroghe al contratto nazionale. Cofferati: «La posizione della Confindustria conferma che l'intenzione è quella di considerare Pomigliano un modello da esportare ovunque. Cercheranno tutti di adeguarsi». A quest'ipotesi non crede neanche Pierluigi Bersani, segretario del suo stesso partito, il Pd: «Non è esportabile in altre realtà, non se ne può fare un modello o ideologizzarlo, perché queste condizioni non esistono nel resto del paese. Quella di Pomigliano è un'operazione che non era mai stata fatta da nessuna parte: si sposta una produzione dalla Polonia all'Italia».

IL DOPO CRISTO DEI LAVORATORI

«Io vivo nell'epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa», ha detto in questi giorni Marchionne rispondendo a chi vede nell'accordo di Pomigliano un arretramento rispetto alle conquiste del passato. Secondo Valentino Parlato, ex direttore del manifesto, «la colpa non è di Marchionne. Lui è schiavo di una situazione impostagli dal capitalismo». Ha spiegato Eugenio Scalfari su la Repubblica: «Se la Fiat trasferisce la produzione di uno dei suoi modelli da una fabbrica dove i salari e le condizioni del lavoro sono più favorevoli al capitale investito ad una fabbrica dove sono invece più sfavorevoli, il trasferimento potrà farsi soltanto se le condizioni tenderanno a livellarsi, oppure non si farà. Questo è il dopo Cristo di Marchionne; non si tratta di ricatto ma di dati di fatto e con i dati di fatto è inutile polemizzare». Il difficile è farlo capire a quel 36% che ha votato no.


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