DALL'ITALIA09:31 - 23 giugno 2010

Maturità, al Classico esce Platone.

Matematica allo scientifico, un testo in lingua al linguistico

di Lavinia Farnese
<p>Maturità, al Classico esce Platone.</p>
PHOTO LAPRESSE

Dieci minuti dopo l'apertura delle buste, era già in rete, con tanto di traduzione affinata. La versione di Platone su «Socrate e la politica», seconda prova scelta dal Ministero per la maturità nei licei classici, se l'aspettavano in molti, tra i banchi. L'uscita del filosofo greco era data per certa già alla vigilia, ma insieme a quella di Aristotele, Archimede e Talete.

Al liceo scientifico, gli studenti alle prese con l'Esame di Stato stanno affrontando il problema di matematica. Al linguistico, una traccia in lingua straniera, all'artistico, una figura disegnata. In tutti gli altri indirizzi delle scuole superiori, 700 tra ordinamentali e sperimentali, altrettante prove, a cominciare dai quesiti di estimo e elettronica degli istituti tecnici. Ovunque, sono vietati telefonini, palmari pc e affini. In classe, sono ammessi solo dizionari di lingua e calcolatrici.

La prova di oggi, conterà al massimo 15 punti, come le altre due. A questi, si aggiungeranno non oltre 30 punti degli orali, e la dote di massimo 25 punti di credito, accumulata a seconda della media degli ultimi tre anni di percorso formativo.

Venerdì 25 giugno, sarà il giorno della terza e ultima prova scritta: il «quizzone». E la prossima settimana inizieranno gli orali.

 

La traduzione della versione di Platone uscita al Liceo Classico
«Infatti, cittadini ateniesi, io non ho mai esercitato nessuna carica in città se non come membro della Bulé; e capitò che la mia tribù Antiochide avesse la pritania quando decideste di giudicare tutti insieme, illegittimamente (paranomos), come sembrò in un secondo momento a tutti voi, i dieci strateghi che non avevano raccolto [i naufraghi] della battaglia navale. Ma in quel momento io solo fra i pritani mi opposi a voi, per non fare niente contro la legge, e votai contro. E mentre c'erano oratori pronti a denunciarmi e a trascinarmi in giudizio e voi gridavate e li incitavate, io pensavo che era per me doveroso rischiare il tutto per tutto con la legge e la giustizia, piuttosto che stare con voi deliberando cose ingiuste, per paura della prigione o della morte. E questo fu quando la città aveva ancora una costituzione democratica. Ma quando si affermò l'oligarchia, i trenta mi rifecero chiamare al Tholo con altri quattro, e mi ingiunsero di portar via da Salamina Leonte di Salamina per metterlo a morte. Essi davano molti ordini del genere a numerosi altri, perché volevano contaminare con le loro colpe più persone possibili. E anche allora, tuttavia, provai non a parole ma con i fatti che della morte non m'importa - se non è detto troppo rusticamente - proprio nulla, mentre non agire in modo ingiusto ed empio mi sta del tutto a cuore. Perciò quel governo, pur essendo così potente, non mi turbò tanto da indurmi a fare qualcosa di ingiusto, e, uscito dal Tholo, mentre gli altri quattro erano andati a Salamina a prendere Leonte, io mi ero allontanato e me ne ero andato a casa. E forse per questo sarei stato messo a morte se quel governo non fosse stato velocemente rovesciato. Anche di questo avrete numerosi testimoni».

 

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