DAL MONDO16:08 - 29 giugno 2010

I ricostituenti, le pastiglie, la droga: il problema del doping nell'agonismo giovanile

È il racconto di Eugenio Bani, giovane promessa del ciclismo, sulle «cure» che venivano praticate a lui e ai suoi compagni di squadra nel ritiro di Pagnana, Empoli.

di Riccardo Venturi
<p>I ricostituenti, le pastiglie, la droga: il problema del doping
nell'agonismo giovanile</p>
PHOTO MASSIMO MASTRORILLO - COURTESY OF VANITY FAIR

«Succedeva in cucina, in questa casa dove andavamo una o due volte a settimana. Sul tavolo c'erano delle siringhe di tutte le dimensioni. Quelle grosse, da 20 ml, con il liquido rosa chiaro o trasparente ce le facevano in endovena. Con le altre ci facevano punture intramuscolari. E poi c'erano le pastiglie. Avevamo 17 anni». È il racconto di Eugenio Bani, giovane promessa del ciclismo, sulle «cure» che venivano praticate a lui e ai suoi compagni di squadra nel ritiro di Pagnana, Empoli. Aveva 18 anni quando è stato trovato positivo a un controllo antidoping ai Campionati italiani juniores, il 24 giugno 2009: nel suo corpo c'era un ormone prodotto dalle donne incinte, la gonadotropina corionica, che negli uomini stimola la produzione di testosterone. Ha raccontato alla Procura antidoping del Coni la storia delle siringhe e delle pastiglie, ed è stato squalificato per 21 mesi. Il suo caso ha diviso il mondo del ciclismo. Da un lato, chi accusa lui e suo padre di aver fatto i finti tonti, di aver denunciato, per convenienza, solo dopo essere stati scoperti. Dall'altra, chi sottolinea che a pagare è stato solo lui, mentre  finora non ha subito conseguenze la squadra. Squadra che, per la cronaca, smentisce la sua versione. Una cosa è certa: Eugenio Bani ha preso qualcosa che non avrebbe dovuto prendere. E allora, nel pieno della stagione ciclistica - chiuso il Giro d'Italia e alle porte del Tour de France (che parte il 3 luglio in Olanda, da Rotterdam) -, siamo andati a trovarlo per cercare di capire un fenomeno tanto allarmante quanto ignorato: il doping fra i minorenni.

«Mi sono un po' stupito dell'uso massiccio di questi farmaci», ammette il padre, che è stato molto criticato per non essersi subito opposto. «Ma ingenuamente, in buona fede, pensavo: se lo fanno sarà perché bisogna farlo. Dicevano: "Queste endovene sono ricostituenti". Erano prescritte dal medico sociale. Mi sono fidato di persone che conoscevo. E poi nessuno protestava, neppure i genitori che fanno ciclismo amatoriale, e che forse avrebbero dovuto capire». Qualcosa, in realtà, sospetta anche lui, perché a un certo punto chiede al figlio - che nel frattempo continua a vincere - di prendere qualche campione. «Le poche volte che è riuscito a riportare a casa una fialetta, erano tutte vitamine. Il problema è quando la siringa era già pronta. Lui arrivava dalla doccia, veniva chiamato nella famosa cucina, aprivano il frigorifero e prendevano la siringa. Poi c'erano le pastiglie prima delle gare, meno male che le ha sempre buttate via».  Nel giugno dell'anno scorso, Eugenio Bani corre ai Campionati italiani juniores. Dopo qualche settimana, riceve una chiamata dalla Procura antidoping del Coni: positivo. Casca dalle nuvole, sceglie di collaborare, accusa la squadra. Il 17 dicembre la sua squalifica viene stabilita in 21 mesi. A questo punto entra in scena Ivano Fanini, patron della squadra Amore & Vita, che ha fatto della lotta al doping la sua bandiera. E che prende Eugenio come professionista. Ora Bani si allena, per prepararsi a quando sarà di nuovo il suo momento.

L'articolo completo su Vanity Fair n.26/2010 in edicola da mercoledì 30 giugno

Fonte[ Vanity Fair ]

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