DAL MONDO14:22 - 11 maggio 2011

Cannes: la lezione di coraggio dei film "clandestini"

I film clandestini di Panahi e Rasoulof

di Marina Nasi
<p>Cannes: la lezione di coraggio dei film "clandestini"</p>

Nell'estate 2009, durante la "rivoluzione verde", tra i tanti che si radunarono al cimitero di Teheran dove era stata sepolta la dimostrante-simbolo Neda Agha-Soltan, c'era anche il regista Jafar Panahi, apprezzato in tutto il mondo per i suoi film e premiato con un Leone d'oro a Venezia nel 2000 (per Il cerchio). Grave errore: prelevato dalla polizia, fu subito arrestato. Il regime non gradiva che un intellettuale, oltretutto noto all'estero, si esponesse per una causa "rivoluzionaria". Rilasciato, venne di nuovo arrestato, assieme a familiari e amici (tra cui il collega cineasta Muhammad Rasoulof), il primo marzo 2010. Tuttora sconta una sentenza, a cui ha fatto appello, e gli è stato proibito di girare film, rilasciare interviste, scrivere sceneggiature per 20 anni. Eppure, un suo film è arrivato a Cannes. Assieme a un altro, firmato da Rasoulof, anche lui teoricamente "al bando" come regista.

Presentato nella sezione Un certain regard, Good bye di Rasoulof è la storia semi-autobiografica di un uomo alla ricerca di un visto per lasciare il paese. Il lavoro di Panahi invece, tra le proiezioni speciali, è intitolato This is not a film: è un documentario che riprende per mesi il regista e le persone a lui vicine mentre attendono il verdetto della corte d'appello.

Si tratta di due pellicole girate in semi-clandestinità , come conferma il direttore del Festival di Cannes Gilles Jacob: "Il film di Mohammad Rasoulof e le condizioni in cui è stato realizzato, così come il "diario" di Panahi sulla sua vita da artista a cui è impedito di lavorare, sono per la loro stessa esistenza un atto di resistenza contro l'azione legale che coinvolge i due registi. Che li abbiano mandati alla Croisette, nello stesso momento, nello stesso anno, mentre scontano lo stesso destino, è un atto di coraggio nonché un increedibile messaggio artistico".

E che, nonostante tutto, ci sia ancora voglia di lottare e fare arte anche da parte di registi a cui è stato messo un bavaglio politico, in un paese in cui il regime sa picchiare duro sulla liberà di espressione, lo conferma la lettera spedita a Cannes, dove ovviamente non potrà andare, dallo stesso Panahi: "Il fatto di essere vivo e il sogno di mantenere vivo il cinema ci ha motivato ad andare avanti nonostante le limitazioni che il cinema iraniano soffre oggi... I nostri problemi sono anche i nostri punti di partenza. Capire questo paradosso ci ha aiutato a non perdere la speranza.... Ovunque ci troviamo nel mondo, avremo problemi da affrontarem piccoli o grandi. Ma è il nostro dovere non essere sconfitti e trovare soluzioni"


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