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Il mare è macchiato di fango, le strade sono
sommerse dai detriti, le case sventrate, i ponti distrutti, fiumi
hanno inondato interi paesi. Sette persone sono
morte, travolte dalla furia dell'ondata di maltempo che
martedì pomeriggio ha colpito la provincia di La Spezia, in
Liguria, e la Lunigiana, in Toscana. I dispersi sono
ancora una decina.
In Liguria, tra i paesi più colpiti ci sono le Cinque
Terre, patrimonio paesaggistico e culturale tra i più
belli d'Italia. La bellissima Monterosso, tante
volte cantata nelle poesie di Eugenio Montale, è completamente
sommersa dal fango e dai detriti. Vernazza, pochi
chilometri più in là, è irriconoscibile. La situazione non è
migliore in Toscana, dove i danni maggiori si sono registrati ad
Aulla, colpita dall'inondazione del fiume
Magra.
Le operazioni di soccorso, inoltre, devono fare i conti con le
molte interruzioni delle vie di comunicazione:
alcuni tratti di autostrada e di ferrovia, infatti, sono ancora
chiusi. Sulla costa si interviene addirittura via mare.
Centinaia sono le persone sfollate, migliaia
quelle che hanno ancora una casa, ma che dovranno affrontare lunghi
lavori di risistemazione. Si parla di decine di milioni di
danni, ma in realtà dovranno passare ancora alcuni giorni
prima di riuscire a capire la vera entità della tragedia.
Intanto, l'Italia si interroga sulle cause del disastro: da dove
arrivano queste piogge quasi "monsoniche"? Cosa si può fare
per limitare i danni? Questa mattina, su La
Stampa, il meteorologo e climatologo Luca
Mercalli ha spiegato che ci dovremo abituare all'aumento
delle precipitazioni.
«Il territorio italiano è storicamente soggetto a frequenti
eventi idrogeologici intensi e gravosi - ha spiegato Mercalli - e
gli ultimi decenni di cementificazione sfrenata
non hanno fatto altro che amplificare questa fragilità. La nuova
preoccupazione, però, è quella dei cambiamenti climatici.
Riscaldamento globale significa maggior
evaporazione dell'acqua degli oceani e quindi accelerazione del
ciclo idrologico».
Le precipitazioni eccezionali, dunque, saranno un fenomeno
frequente nei prossimi anni. Le soluzioni? «Smettere di
interrogarci su questi disastri solo in fase di emergenza,
dimenticandocene pochi giorni dopo - scrive Mercalli -,
smettere di affidarci al fatalismo del "speriamo che me la cavo",
smettere di considerare profeti di sventura i tecnici che da
decenni evidenziano questi pericoli. Progettare e realizzare con
sistematicità e determinazione la vera grande opera di cui abbiamo
bisogno: una pianificazione e manutenzione capillare del
territorio, che riduca i rischi di oggi e si prepari a
quelli di domani».