Paola Calvetti: «Ragazze, arrabbiatevi!»

02 novembre 2009 
<p>Paola Calvetti: «Ragazze, arrabbiatevi!»</p>

Un Madoff (imprenditore Usa accusato di frode finanziaria) con la gonna non esiste, chiediamoci perché. Paola Calvetti, giornalista e scrittrice, interverrà alla rassegna Donne... a libro aperto in programma il 12 dicembre a Padova e intanto ci anticipa: «Affiderei alle donne la gestione della crisi economica. Previa presentazione del curriculum...»

Qual è la condizione della donna nella società attuale?

«Sembra assurdo, ma credo che occorra tornare a parlare di femminismo, anzi femminilismo, perché siamo messe veramente male. C'è una sorta di maschilismo strisciante di ritorno, non solo nella società in generale, ma nelle scuole, nelle strade e nei luoghi del lavoro, dalle fabbriche agli uffici».

Che spazio ha la donna oggi nel mondo del lavoro?
«Teoricamente moltissimo: oggi molte professioni sono in mano alle donne. Se possiamo fare mestieri che un tempo ci erano preclusi, significa che sappiamo farli. Nessuno ci ha regalato niente. Il vero problema è l'accesso: la parità si gioca su questo. Va dato accesso al lavoro e ai ruoli di comando nel lavoro alle donne esattamente come agli uomini».

Parliamo di donne lavoratrici e mamme...
«Perché un Paese maschilista come l'Italia dovrebbe facilitare le mamme che lavorano e le donne in generale? Non hanno nessun interesse a farlo. La società non aiuta: poche scuole materne, nidi con il contagocce, orari rigidi. Nemmeno i negozi ci aiutano: almeno in altri Paesi i supermercati sono aperti la sera... Noi facciamo le Notti Bianche...».

Una ricerca dice che le donne lavorano ogni giorno un'ora più dei maschi, però vengono pagate la metà. Perché?
«Perché chi decide le leggi e la governance delle aziende è maschio. A noi viene concessa la maternità, ma chi decide di avere figli rischia moltissimo: emarginazione al ritorno, tolleranza zero per le sue necessità di mamma e, se ha 30/35 anni e non ha figli, al colloquio di assunzione rischi di avere tutti i requisiti tecnici, ma di sentirti dire frasi razziste del tipo "eh, ma se lei non ha figli, prima o poi...", con aria sospettosa e persino carica di malizia».

Come si può lottare contro il maschilismo in azienda?
«Le ragazze devono arrabbiarsi e non lo fanno abbastanza: godono, giustamente, di diritti acquisiti dopo le lotte degli anni '70a, dall'aborto al divorzio, ma non alzano la voce per i loro nuovi diritti, che rischiano di saltare nell'indifferenza».

Cosa manca alla donna per imporsi socialmente e culturalmente?
«Noi donne non siamo così consapevoli di noi stesse; forse, nonostante le apparenze delle giovani donne contemporanee la cui immagine è certo più spregiudicata di quella delle loro madri, non risolviamo l'antica dicotomia tra amore-maternità-carriera, una triade che fatica a trovare armonia per motivi ancestrali».

Come si può riuscire ugualmente a far carriera?
«Tenendo duro, senza paura di affermare le proprie idee e i propri diritti, facendo rete fra noi, giocando su temi femminili come la trasparenza nelle aziende, la vittoria di curriculum e attitudini. Insomma, bisogna rompere le scatole e difendersi».

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