Seduzione in stile
burlesque. Su tela

di Claudia Raimondi 

Monica Frisone, pittrice genovese presente anche all'ultima Biennale, racconta lo charme al femminile e mette su tela anche il burlesque

Claudia Raimondi

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Dire cosa sia la sensualità è difficile. Le parole non sempre arrivano a definire ciò che è così impalpabile e a stento circoscrivibile. Meglio fa la pittura, che non dice, ma si limita a mostrare.

Monica Frisone è una pittrice sedotta dalla seduzione. Nei suoi quadri è questa qualità a essere ritratta, diversamente interpretata da anonime fanciulle o più note performer. Lei, pittrice genovese del 1974, dal 2007 ha deciso di dedicarsi esclusivamente all'arte e nell'ultima biennale è stata chiamata per una duplice esposizione. La seduzione ha una parte importante nel tuo lavoro.

Cosa è per te la seduzione ?
«Per rispondere a questa domanda faccio una premessa. Ho da poco letto un romanzo in cui la protagonista "aveva un corpo da cattiva ragazza, il genere di fisico che, anche a trentatré anni, avrebbe potuto tranquillamente fare bella mostra di sé appeso a un chiodo sulla parete di un museo. Era un corpo da bambola in cui era racchiuso anche un cervello intelligentissimo, ma ciò non aveva importanza poiché Phoebe era il genere di donna che solitamente veniva giudicata solo dalle apparenze." (Il gioco della seduzione, di S. E. Phillips) Questo passaggio mi aiuta a descrivere ciò che io intendo per seduzione. Credo che per comprenderla sia necessario andare oltre le apparenze. Etimologicamente, seduzione è "secum ducere", condurre a sé, un concetto che dovrebbe essere inteso non soltanto in riferimento alla fisicità o sessualità. Sedurre significa portare l'altro dentro se stessi grazie alla propria personalità, in modo spontaneo e autentico».

Come ritrarre tutto questo su tela?
«Il mio progetto d'arte è rivolto prevalentemente alla raffigurazione della figura femminile attraverso il ritratto, una sorta di indagine che necessariamente deve partire dallo sguardo. Quando affermo che la seduzione nasce dallo sguardo non intendo semplificarne il concetto, anzi. Attraverso lo sguardo, infatti, sveliamo noi stessi, ci mettiamo a nudo di fronte agli altri. Gli occhi sono specchi intimi dell'esistenza, immensi universi colmi di emozioni, pensieri e desideri, sanno riflettere la luce dell'anima e racchiudono la nostra più intima verità. Sono le porte della nostra vita e sta a noi decidere se e quando permettere agli altri di entrarvi. Ecco il gioco della seduzione. Ecco come io ho deciso di rappresentarlo».

Tra le tue opere anche alcune dedicate al burlesque. Cosa ti affascina di quest'arte?
«Sono da sempre affascinata da quella che giustamente hai definito l'arte del burlesque, un'arte giocosa e affascinante che mette in campo diversi talenti artistici, aggiungendovi un tocco piccante. La sua parola d'ordine è auto-ironia, l'espressione fondamentale in ogni performance è il sorriso. Il Neo-burlesque è molto femminile, piace alle donne, e negli sguardi delle performers che ho immortalato nei miei lavori si evince un'anima contemporanea, pur traendo ispirazione dai canoni del passato. L'arte del burlesque spinge a uscire dalla cosiddetta "zona di comfort", ci aiuta a superare i propri limiti emotivi e psicologici. Attraverso i miei ritratti, senza cadere nella banale provocazione, suggerisco una riflessione su questa realtà. Ho approfondito la conoscenza di quest'arte grazie a grandi performers come Tempest Storm (i cui seni, definiti dalla stampa popolare "moneymakers", intorno alla fine degli anni cinquanta furono assicurati presso i Lloyd di Londra per la cifra di un milione di dollari; si ritirò ufficialmente dalle scene all'età di 67 anni), Satan's Angel (che a 66 anni ancora balla, dopo un'intera vita dedicata al burlesque), Dita von Teese, e alcune giovani e affermate performers italiane che ho avuto modo di conoscere in rete e che mi hanno concesso l'autorizzazione ad utilizzare alcune loro immagini fotografiche, Dolly Lamour e Dorothy Shaw».

Le donne che ritrai sembrano forti e consapevoli, merito anche dell'uso di colori altrettanti intensi, le vedi davvero così o è più un'aspirazione?
«La pittura è per me anzitutto un modo per conoscere se stessi, per scandagliare la propria interiorità e prendere coscienza delle nostre molteplici realtà. Nei miei quadri traspare sicuramente questo lavoro di continua ricerca su me stessa e, essendo donna, in termini più ampi, anche sulla impenetrabile componente femminile . La mia pittura si fa quindi registro della conoscenza dei meccanismi psicologici femminili, attraverso di essa cerco di condurre l'osservazione ad un livello superiore a quello fisico. Sperimento un uso vigoroso del colore, trascrivendo per suo tramite le mie sensazioni, senza mezzi termini, con tutta la loro potenza. La donna che voglio rappresentare è senza dubbio reale, forte ma non aggressiva: la sua forza sta nella capacità di guardarsi dentro ed essere pienamente consapevole di sé, accettandosi nella sua complessità, difetti compresi. Affrontare le proprie paure aiuta ad esorcizzarle e riconoscere i propri difetti a migliorarsi».

Cosa ti colpisce del mondo femminile?
«La sua complessità. Essere donne è impegnativo, tante sono le aspettative, molti gli impegni e le sfide. Ricordo un film del 1967 dal titolo Le Streghe, diviso in cinque episodi, ognuno diretto da un grande regista del passato, che, presentando cinque diversi modelli di donna, tutti interpretati dalla meravigliosa Silvana Mangano, ci fornisce uno spaccato del "ritratto" femminile nella società civile di quegli anni. Attraverso il mio lavoro artistico vorrei riuscire ad esprimere quanta forza ci sia in una donna nonostante la dolcezza e la fragilità apparente dei tratti corporei, quanto variegato sia il mondo femminile, quanti universi ci rappresentano. La sfera femminile è per me un caleidoscopio di emozioni, da sviscerare attraverso i miei quadri, che cercano di rappresentarne la complessità, la varietà costitutiva dell'essere donna».


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