Vagina, non solo monologhi

di Claudia Raimondi 

La vagina è il motivo ispiratore delle opere di Morgana Orsetta Ghini, giovane artista che lavora a Pietrasanta e ha al suo attivo mostre in tutta Italia e all'estero

Claudia Raimondi

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È ciò che rende donna una donna ed è ciò che fa di Morgana Orsetta Ghini un'artista unica. La vagina. È lei il motivo ispiratore, l'unico, di questa giovane scultrice nata nel 1978 e diplomatasi nel 2001 a Carrara. Al suo attivo ci sono già mostre collettive e personali, in Italia e non solo. Ovunque lei porta nuove interpretazioni di quello che è diventato il filo conduttore della sua produzione, il nucleo della sua riflessione artistica.

A cambiare sono solo i materiali, marmo, ferro, oro e argento per piccoli deliziosi gioielli, stoffa, gesso o vetroresina. La vagina è per Morgana Orsetta Ghini un mondo intero o meglio, come già aveva inteso Gustave Courbet, l'origine del mondo: ciò da cui tutto arriva.

Ma come si decide di fare della vagina un'opera d'arte?
«Tutto è cominciato davvero per caso, quando ero ancora all'Accademia. Durante le copie dal vero, con la modella nuda, era la parte più vicina a me, quella che vedevo meglio. Mi sono resa conto che man mano i miei lavori si riducevano a quel particolare. Mostrando poi i miei disegni, sfogliando un rotolo infinito di vagine, i commenti che suscitavo erano imbarazzati o allusivi. Qualcuno ha anche ipotizzato che fossi lesbica perché le ritraevo. Mi ha sorpreso che opere che nulla avevano di erotico o esplicitamente sensuale facessero discutere in quel modo. Ho voluto quindi approfondire questo tema soprattutto sviluppando il suo legame con la nascita e la vita».

I cambiamenti nell'uso dei materiali ne modificano sensibilmente aspetto e carattere.
«È vero e su questo si svolge la mia riflessione artistica. Il marmo paradossalmente le conferisce un aspetto più morbido, mentre l'uso del ferro mette maggiormente in risalto l'aggressività».

E dalle sculture maxi si passa a quelle "portatili", ovvero ai gioielli. Orecchini, ciondoli e anelli per portare in giro, con orgoglio, la vagina. Anche Arisa, al Festival di Sanremo ne sfoggiava uno (ne ha parlato a Le invasioni barbariche intervistata da Daria Bignardi).

Ma perché si sceglie di mettere al collo o al dito una vagina?
«Ho osservato le reazioni di chi veniva ad acquistare questi gioielli e ho cercato di capire le motivazioni. Certo all'inizio c'è un po' di ritrosia, qualche giustificazione, ma le donne si sono sempre dimostrate, prima di ogni altra cosa, orgogliose di portare al dito o addosso una vagina. Dopotutto è ciò che ci caratterizza. C'è anche una parte di giocosità e divertimento nell'indossare questi gioielli ma, posto che ormai le donne non ritengono di dover dimostrare più nulla riguardo alla loro femminilità, è soprattutto l'espressione del desiderio di dirsi donne nel modo più autentico e naturale».

Si può dire che tu hai fatto con la scultura e l'arte ciò che "I monologhi della vagina" hanno fatto a livello letterario e teatrale? Ovvero, innanzitutto, sdoganare un termine, vagina, parola che spesso non si ha il coraggio di pronunciare?
«Sì, in qualche modo è vero. Io alla fine preferisco chiamarla vagina, molto meglio di altri vezzeggiativi e nomignoli che dimostrano imbarazzo per ciò che imbarazzo non dovrebbe suscitare».

A cosa stai lavorando ora?
«A Pietrasanta mi sto occupando di una serie di acquasantiere per una mostra. Ancora una volta rimanderanno al tema della vagina. Sto sperimentando l'utilizzo della ceramica raku solo in bianco e nero e l'effetto molto crepato che si riesce a ottenere. Sembra che queste acquasantiere siano vuote, in realtà nascondono l'acqua, ovvero la vita».


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