Come riconoscere
il serial killer dell'anima

di Monica Tappa 

Il libro di Cinzia Mammoliti spiega come smascherare i manipolatori emotivi, gli uomini che abusano del nostro amore. E liberarsene

Monica Tappa

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Photo Corbis

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Un vero e proprio manuale di sopravvivenza per donne vittime di abusi psicologici che spesso fanno finta di non vedere. Per paura di restare sole o di non essere amate. Nel volume I serial killer dell'anima (edizioni Sonda, pagine 114, euro 12,50). Cinzia Mammoliti ci ricorda che non ci sono soltanto la violenza fisica e lo stalking a rendere impossibile la vita di milioni di italiane. E a Style.it spiega lo spirito con il quale ha scritto il libro e il suo obiettivo.

Nel libro racconti molte storie. Essere vittima di un manipolatore/vampiro emotivo non è poi così difficile, sembra. Qual è la caratteristica che ti ha colpita di più nelle testimonianze che hai raccolto?
«Purtroppo è vero che non è così difficile cadere vittime di manipolatori relazionali o vampiri energetici e le mie storie credo lo dimostrino. Quando iniziai a occuparmi del fenomeno ero consapevole del fatto che tipologie come quelle da me descritte fossero alquanto diffuse ma mai avrei pensato a un vero e proprio dilagare del fenomeno come testimoniato dalle numerosissime vittime con le quali sto, a oggi, lavorando. Da quando è uscito il libro, poco più di tre mesi fa, ho iniziato a ricevere decine e decine di mail e telefonate da parte di donne che si riconoscono in dinamiche relazionali di tipo manipolativo e che mi chiedono consulenza e aiuto. Quel che mi ha colpita maggiormente nelle testimonianze delle vittime è l'ambivalenza di chi subisce. Da un lato la disperazione collegata alla paura di sottrarsi alla dinamica relazionale perversa nella quale sono invischiate, dall'altro la consapevolezza di doversi necessariamente sottrarre a tanto dolore per poter sopravvivere. Trovo l'ambivalenza della vittima disarmante e ritengo costituisca la conseguenza ultima dell'intermittenza della violenza che il manipolatore utilizza nella relazione con la preda prescelta. Umiliazioni, denigrazioni e deprivazioni, infatti, si alternano a momenti magici e dedicati di  attenzioni e dolcezze ed è per questo che la vittima resta nel rapporto anche quando è ridotta emotivamente uno straccio. Spera sempre di poter rivivere gli intensissimi momenti  che avevano caratterizzato l'incontro all'inizio. Ed ecco che allora si torna a provare un amore incondizionato e potente che lascia il passo a un odio furibondo per l'altro, e soprattutto per se stesse, nel momento in cui l'abusante  torna a trattare male e ferire con tutti i mezzi in suo possesso. Ed è allora che scatta la fatidica domanda: "Come posso essere così stupida da restare in quest'incubo ?" Ecco lo scopo primo del mio libro: cercare di fornire una risposta a questa penosa domanda che affligge chi subisce la perversione relazionale».

Quali sono, in una relazione, i segnali che secondo te possono essere considerati campanelli d'allarme da non sottovalutare?
«Il primo campanello d'allarme è senz'altro rappresentato dal disagio che si inizia ad avvertire dopo un po' di tempo che è iniziata la frequentazione di queste persone. Si tratta di una sensazione quasi impercettibile, sfuggente e inspiegabile, una vaga inquietudine. All'inizio, ricorrendo al camaleontismo che contraddistingue il loro modus operandi, si vendono per qualcosa che non sono, indossano maschere, si plasmano a seconda di chi hanno davanti per poter meglio sedurre. Una volta accalappiata la preda però tirano fuori la loro vera natura e lo fanno poco alla volta, in maniera subdola. Prima una frase, poi un'azione, un atteggiamento che destabilizzi chi lo vive e non faccia più capire bene con chi si abbia veramente a che fare. Lì inizia il disagio e da lì in poi sarebbe bene iniziare ad azionare il proprio sistema di allarme. Il fatto succede, però, che il più delle volte la loro capacità di fascinazione è così forte da prendere il sopravvento nella mente della vittima e  si accantonano deliberatamente i primi segnali preoccupanti. Il primo atteggiamento aggressivo, umiliante, denigratorio non va invece mai trascurato e la prima operazione da fare è cercare di capire se si tratti di episodio incidentale o se rappresenti l'inizio del massacro psicologico. Quando si entra in relazione con questi soggetti sarebbe bene tenere sempre viva l'intelligenza istintiva, l'unica che non sbaglia mai».

Quali strumenti per riconoscere un manipolatore?
«Si può riconoscere un manipolatore prestando molta attenzione alle sue modalità comunicative. Innanzitutto mente sempre e anche di fronte alla scoperta della menzogna riesce a negare l'evidenza perché non concepisce di poter non avere ragione. Ed ecco un altro indicatore: il manipolatore pensa di non sbagliare mai e non esistono argomentazioni che potrebbero farlo ricredere riguardo a ciò. Ama destabilizzare: manda un messaggio e subito dopo lo smentisce mandandone uno contrario di modo che chi lo riceve sia portato a non capire e mettere in dubbio la propria capacità di comprensione. Parla in maniera ambigua, fumosa, poco chiara appositamente per non farsi comprendere e far mettere ancora una volta in discussione l'interlocutore. Spesso aggressivo, ricorre volentieri all'aggressività passiva fatta perlopiù di silenzi e mancate risposte. Colpevolizza, critica, svaluta e giudica. Predica il falso per sapere il vero. Se si sta ben attenti al suo modo di comunicare individuarlo è facile. Il fatto è che di fronte a questa maniera anomala di relazionarsi con gli altri si tende a mettere in discussione se stessi piuttosto che chi la adotta. Ma tutte le volte che non riusciamo a comprendere chi abbiamo davanti forse è il caso di pensare che esiste chi non vuole farsi comprendere appositamente: per creare ansia, confusione, destabilizzazione e mantenere, così, il controllo sulla relazione. Un altro strumento importante per capire di avere a che fare con un manipolatore consiste nell'osservare attentamente come si comporta all'esterno rispetto a come si relaziona in privato. Violento, denigrante, svilente nell'intimità si rende spesso amabile con gli altri: parenti, amici, colleghi e questa sua caratteristica disarma la vittima più di altre perché vanifica spesso la credibilità riguardo a ciò che la stessa è costretta a subire».

Quali suggerimenti per uscire da una relazione malata?
«Ho approntato, nel mio libro, una sorta di decalogo per uscire da una relazione malata con un serial killer dell'anima. Innanzitutto ritengo sia fondamentale prendere atto di quel che si sta vivendo per potergli dare un nome. La consapevolezza del fenomeno serve innanzitutto a superare quel senso di colpa che attanaglia quasi tutte le vittime e che le portano a sentirsi stupide per non riuscire a sottrarsi a una violenza quotidiana. Condividere con altri, chiedere aiuto, allargare la propria sfera di relazioni sociali può stimolare l'inizio dell'uscita da un tunnel in fondo al quale non si vede luce. Una volta compreso quel che si sta vivendo occorre allontanarsi il più presto possibile dalla fonte di disagio e interrompere bruscamente ogni tipo di rapporto con la stessa (nel caso di donne con figli ci si dovrà limitare a mere comunicazione di servizio legate alla gestione degli stessi). Non c è un altro modo.  L'impresa più difficile consiste nel dover elaborare il lutto per una comunicazione vera col manipolatore. Fintanto che si resterà attaccate al bisogno di sue parole, approvazione e consenso si rimarrà impigliate in una rete velenosa dalla quale se non ci si libera si può arrivare alla follia e, in casi estremi, alla morte».

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