She, non il solito
pezzo da museo!

di Alice Politi 

Il Museo delle Donne di Merano dedica una sezione alla donna virtuale più amata dalle Styler. E la invita a un dibattito di Se non ora Quando? per ascoltare, conoscere, riflettere. E far proprie le idee di chi, come lei, ha a cuore il futuro femminile (ma non solo). Ce ne parla il suo autore, Lorenzo Calza

Alice Politi

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L'area dedicata a She nel Museo delle Donne di
Merano

L'area dedicata a She nel Museo delle Donne di Merano

Con She è stato amore a prima vista. Scovata qualche anno fa tra le pagine di Facebook, questa sexy biondina sui tacchi, acuta, stilosa, contemporanea è stata, per mesi, uno dei miei must read quotidiani.
Anche Style.it, cogliendo la forza del suo fascino intelligente, ha voluto ospitarla fra le sue pagine, con due vignette inedite alla settimana, e farne la testimonial della Style.it (r)evolution, lo scorso 3 novembre, con una T-shirt esclusiva realizzata da Sisley in limited edition.

Da allora è voce intensa, costante del sentire femminile, della realtà delle donne fatta di emozioni, sogni, intenti. Una presenza virtuale capace di un'analisi estremamente lucida e concreta delle vicende reali. Tanto da diventare anche opinion leader del quotidiano Il Fatto (ebbene sì! Le sue vignette dal taglio più politico compaiono periodicamente anche lì, nella pagina della posta).
E tanto da viaggiare "in missione" fra le donne d'Italia che la apprezzano, la condividono, la rappresentano.

A Merano, per esempio, a She è stato persino riservato uno spazio all'interno del Museo delle Donne. Sempre lì è stata tra le protagoniste di un convegno organizzato dal movimento Se non ora quando? di Bolzano, che aveva come tema centrale l'immagine del corpo femminile.
Merito del suo psico-appeal. Merito del suo geniale ideatore, Lorenzo Calza. Proprio lui, infatti, ce ne svela i retroscena...

She in trasferta a Merano: perché?
«She ed io siamo stati invitati da Nadia Mazzardis, la responsabile di Se non ora quando? di Bolzano. Un bel viaggetto, in tutti i sensi. A Merano, poi c'è il Museo delle Donne. Ne esistono quattordici in tutto il mondo, coordinati tra loro. Hanno deciso di esporre trenta tavole della biondina. Un onore e un piacere. Oltre a interagire con un movimento perfettamente in mood con She, confesso che mi incuriosiva l'idea di immergermi per qualche ora in quella parte d'Italia così misteriosa e sconosciuta al resto del Paese. "Chissà come sarà il pensiero della differenza di genere, lassù, dove vivono anche quella etnica!", questo ho pensato».

Cosa può fare She per le altre donne?
«Ascoltare, in primis. E poi conoscerne il più possibile. Percorrere gli sguardi, le parole e le varie storie delle donne. Quasi sempre scritte sul viso, incise nel modo di porsi. A Merano ne abbiamo conosciute tante, la biondina e io, da varie regioni d'Italia, ognuna con una competenza e un racconto da esporre. In tre minuti, derogabili di pochi secondi dopo il suono della campanella. Sì, sono rimasto colpito dall'organizzazione, la prima lezione di quelle vallate. Non c'è tempo da perdere, si possono concentrare temi complessi in tempi limitati. Questo costringe chi parla a rispettare l'altro, crea uno scambio armonico, al posto dei soliti sfogatoi delle riunioni più "latine"!
Alla fine, She ha animato il dopocena, personalizzando tovaglioli, facendosi sintesi di chiacchierate ed esperienza vissuta. È la sua missione».

E per gli uomini?
«She li scortica, per aiutarli. La scrive un uomo, che per sfida si spersonalizza fino a immedesimarsi nella più tosta donna possibile. Autocastrazione creativa, possiamo definirla! La rappresento sempre di spalle, quando si gira non la vediamo in volto. She è una donna piacente, nuda, in tacchi. A Merano temevo critiche su questo punto, visto che il convegno affrontava l'immagine del corpo femminile. "Alla fine non ti accorgi nemmeno più che è nuda", mi hanno detto. Il più gratificante dei complimenti. Significa che dopo averla frequentata impari a conoscerla per quello che è. O meglio, per quello che rappresenta. Gli uomini stupidi considerano She un tradimento perpetrato dall'autore, o una strategia furbesca per accalappiare lettrici femmine approfittando dei loro punti deboli. L'uomo intelligente si misura, accetta di mettersi in gioco, capisce l'intento. A Merano ne ho conosciuti. Ulrich, in primis. Uno psichiatra alto due metri, tedescone dai biondi capelli lunghi. Padre e marito, come me, ora mi scrive: "A presto, devo lavorare e strizzare cervelle, scombussolare idee di cemento e aprire cuori, per ridare in mano il volante all'anima". Idem sentire».

Da dove nasce l'ispirazione per le tue She?
«Dallo sdegno. Il clima in cui viveva il nostro paese, prima dell'esplodere degli scandali sessuali era insopportabile. Una fiction orrenda, una commedia delle parti in cui alle donne era riservato il ruolo di semplici comparse. Ancelle di un dominio basato sul ricatto che voleva spacciarsi per il contrario: la realizzazione del Sessantotto, la liberazione dei corpi, il libero arbitrio nell'usarli. Io sono libertario, per nulla "bacchettone", ma mi rendevo conto della strisciante violenza culturale fallocentrica che imperversava. E non la tolleravo. La questione femminile non era una questione fra le altre, era LA questione, che tutte le altre conteneva simbolicamente in sé: il lavoro, i media, il civismo, l'educazione dei nostri ragazzi. Era ora di dire basta!
Ecco scaturire dalla mia matita una donna, la sua essenzialità, la vezzosità del tacco. She è sempre in campo bianco, non interagisce con nulla e nessuno. Solo con una misteriosa bimba uguale a lei, a volte. Eppure varia sempre, spazia in mille direzioni. Grazia alla potenza di quel che dice».

Tra tutte, ne hai una preferita?
«Sono centinaia, ognuna di quelle vignette mi ha emozionato un pochino nel farla. Qualcuna molto. Ma non voglio influenzare il lettore, perché ho scoperto che la stessa emozione arriva anche agli altri, magari combinata in modo diverso. Qualcuno mi scrive che la tal vignetta gli ricorda un giorno preciso, altri un periodo, un luogo. Ecco, è uno straordinario gioco di specchi. Moltiplicativo. In questo, She segue perfettamente la natura della rete, in cui imperversa!».

Pensi che la creatività "virtuale" possa cambiare in meglio la società in cui viviamo?
«Solo in parte. Vedo cose bellissime, ma in tanti ambiti la rete è illusoria e sembra una promanazione del dilettantismo da reality televisivo. Crea illusioni palingenetiche, che ora sfociano in politica, ma c'è molto più controllo di quel che si pensi. Non solo controllo gestionale, anche culturale. I grossi numeri tendono a creare flussi di opinioni omogenee e comportamenti stereotipati. Cosa direbbero Wittgenstein o McLuahn della ritualità compulsiva del "mi piace" o dei tormentoni da Facebook? Come interpretare la velocità delle dita dei ragazzi che battono sulla testiera del cellulare? L'incapacità del silenzio, del gesto lento, forse sta diventando anche incapacità di riflessione? Non sarà questo l'esito, ma è la fase che viviamo. Essere un tutt'uno crea tante opportunità, ma anche tante ansie. Il dilettantismo sta diventando anche esistenziale. Sembra che la gente non sia più capace. Di fare che? "Capace", in genere. Insomma, attenti alla delega di un fine a un mezzo».

E in che modo?
«She cavalca tutto questo come una spregiudicata surfista. Cercando di mantenere vivi i fondamentali. Che sono sempre quelli, nei secoli dei secoli. Emozione, stupore, ragionamento».

In definitiva, chi è She?
« "In definitiva, non so. Qui, sono un he con la esse davanti", direbbe lei! » ;-)


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