Evangeline Lilly, dall'isola di Lost al ring di Hugh Jackman

di staff Style.it 

La "lentiggini" del famoso serial tv, approda sul grande schermo con un film di boxe e fantascienza, Real Steel. Accanto al divo australiano

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Come sei entrata a far parte di questo progetto?
«Quando ho ricevuto il copione dal mio agente, subito mi è stato detto che Hugh Jackman ne avrebbe fatto parte. In quel periodo ero al mio ultimo mese delle riprese di Lost e non stavo affatto cercando lavoro. Ero contenta di aver concluso e di avere finalmente un po' di tempo per me, ma dal momento che Hugh Jackman era della partita... Ho sempre desiderato lavorare con lui da quando l'ho visto recitare in The Fountain di Darren Aronofsky».

Davvero? L'amore per la fantacienza non centra affatto?
«Ho sempre sostenuto, benché fossi nel cast di uno dei più grandi programmi sci-fi degli ultimi anni, di non essere una persona da fantascienza. Ho letto il copione perché c'era Hugh ma di pagina in pagina ho finito per trovare la storia commovente».

In effetti, quando nella trame leggi "boxe fra robot" ti crei una certa immagine nella testa... Ma c'è altro oltre a questo, vero?
«Già. L'idea del boxing robot mi ha fatto subito pensare che questo film non facesse affatto per me. Ho immaginato che sarebbe stato a base di gadget tecnologici, effetti speciali etc..
Però il cuore del film è una relazione fra padre e figlio, il tentativo di risanare una situazione. I robot sono solo un fantastico background per una storia che colpisce al cuore».

La boxe ha un gran successo al cinema. Secondo te perché è amata?
«Sono propensa a credere che sia qualcosa di molto più bello e sofisticato che vedere due tizi che se le danno di santa ragione. Credo che il pubblico che segue la boxe, la viva come arte, come sport, come scienza... Credo che i fan dei boxeur ammirino il loro totale controllo del corpo, ma anche della propria anima e della propria mente. Il fatto che sacrifichino il loro corpo mentre gli rendono onore sia una cosa davvero strana alla quale assistere, penso sia questo a rendere il pugilato tanto affascinante. Ci sono pochissime persone nel mondo che sono capaci di boxare. Un sacco di noi può tirare a canestro o dare due calci ad un pallone, ma metteteci davanti ad un punching-ball e ci sentiremo come dei pasticcioni imbranati. E' uno sport davvero elitario e difficile».

Il tuo personaggio possiede una palestra che è il punto di contatto tra i vari personaggi...
«E' uno spazio molto ampio (addirittura c'è l'eco). Tutto il resto del film è ambientato in spazi claustrofobici. Un sacco di gente, di rumore e di simulazione. Rispetto a loro, la palestra sembra quasi... una ghost town. Dà effettivamente sollievo alla amplificata, arrabbiata, eccitante energia del film.  E' il posto al quale si ritorna, per tornare di nuovo alla realtà. Ed il simbolo della relazione tra i protagonisti. Ci si torna per salvarsi, poi la si lascia dicendo "Ok, sto bene; posso farcela" e rovinando tutto di nuovo...»


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