Superstar. Tutti vogliono diventare famosi ma che incubo essere l'ossessione del momento!

di Valentina Caiani 

Alla Mostra del cinema di Venezia, le tragicomiche avventure di un uomo qualunque assurto a idolo mediatico dal nulla (e senza un perché). Con un irresistibile Kad Merad, la star della commedia cult Giù al nord. E più di una domanda al mondo dell'intrattenimento e dell'informazione (ma anche al pubblico)

Valentina Caiani

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Mentre il pubblico italiano attende con impazienza l'uscita di Reality, il film sul mondo della tv che Matteo Garrone ha portato con successo all'ultimo festival di Cannes, alla Mostra del cinema di Venezia un'altra pellicola, questa volta francese, parla sempre di piccolo schermo e dei proverbiali "15 minuti di celebrità" che non si negano a nessuno. Solo che questa volta ribalta la questione: per quanto l'esito sia sempre la follia, celebrità e visibilità qui non sono aspirazione e approdo ma qualcosa di non voluto, non cercato e fortemente sofferto (al limite dello shock anafilattico!).

La commedia Superstar, tratta dal romanzo Idole di Serge Joncou (e non, sottolinea il regista a chi lo accusa di 'plagio' dall'episodio recitato da Benigni in To Rome with Love di Woody Allen), racconta proprio questo: la lotta per il recupero della privacy (e del controllo della propria vita) di un uomo medio (e guai a definirlo banale!) che improvvisamente  si ritrova star del web per tramutarsi in ossessione  collettiva e tormentone del momento dopo un maldestro (quanto ingenuo) tentativo di denuncia tramite un'intervista in tv.  
Grazie all'abilità di Kad Merad, al gusto del paradosso di Xavier Giannoli e al senso della climax (comica) di entrambi, in sala si ride (molto) ma a fine proiezione non sono poche le riflessioni amare che si posso fare su un sistema in cui, dentro i media, il gusto del sensazionalismo supera il buon senso così tanto che la notizia non conta più in quanto tale ma solo in quanto non mancata, non viene verificata per essere piuttosto rilanciata in un crescendo di aggiornamenti iperbolici, mentre fuori dai media, anche la frase più banale detta dal fenomeno del momento si trasforma in epifania, in slogan collettivo da moltiplicare sulla rete quasi come una causa da sposare.
La sensazione finale è di angoscia anche perché appare evidente che accanto ai media anche il pubblico, con la sua febbre da social, con i like, le condivisioni,  il voyersimo, è spesso complice nella perdita del baricentro davanti allo tsunami inarrestabile della iper-mediatizzazione delle cose, che tutto ingoia, sgretola ed espelle sotto forma di relitto. In questo caso umano, con il protagonista della storia, Martin Kazinski, che perde prima la privacy, poi il lavoro, quindi la salute e poi la lucidità (per sua fortuna con un inatteso happy ending).

«Il cinema deve essere spettacolo che contiene una verità umana, deve volgere uno sguardo sul mondo che permetta agli spettatori di cogliere alcuni aspetti negativi» spiega il regista Xavier Giannoli, che per smuovere l'audience ha elaborato un sistema personale fin da ragazzino: «Quando ero più giovane, ho letto una frase di John Ford che diceva "Preferisco filmare un cavallo al galoppo piuttosto che una donna che piange". Io mi sono detto "Perché non filmare una donna che piange su un cavallo al galoppo?».
Senza pretese di poetica, il punto è semplice: usare l'assurdo per aprire domande. «Trovo l'assurdo la strada più realistica per arrivare a esprimere quello che vedo intorno a me. Il protagonista di Superstar mi fa pensare all'uomo delle Metamorfosi di Kafka. E come in quel caso, non sapremo mai perché tutto è accaduto…».

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