E la chiamano estate. Fischi per la storia d'amore senza sesso con Isabella Ferrari

di Redazione Cinema 

Divide il pubblico, non convince ma fa discutere e porta in scena (con coraggio) il tema quasi tabù dell'impotenza il film di Paolo Franchi. Con un sesso-dipendente che riesce a stare con chiunque tranne che con la donna amata

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Isabella Ferrari protagonista di E la chiamano estate
assieme a Jean-Marc Barr

Isabella Ferrari protagonista di E la chiamano estate assieme a Jean-Marc Barr

La luna si riflette sull'acqua mentre al buio lo schermo si riempie delle note e delle parole di E la chiamano estate, canzone molto romantica del compianto Bruno Martino. Poi la cinepresa inquadra Isabella Ferrari nella posa del famoso quadro scandalo L'origine del mondo. In questi primi due minuti ci sono i due punti focali di un film che ha sollevato il polverone del giorno al Festival Internazionale del Film di Roma: l'amore nella sua accezione più pura e assoluta ma anche nella sua carnalità. Al centro il dolore di una donna innamorata a cui è negata la parte più profonda e passionale di una relazione e il suo uomo, un medico, che vive le  notti per gironi danteschi tra locali per scambisti, prostitute di vecchia conoscenza e incontri occasionali, senza riuscire ad avere un rapporto con l'unica figura femminile che davvero vorrebbe.
Trasversali, e ossessivamente ripetitive tra i due, una lettera di commiato in cui lui si dichiara indegno di qualsiasi amore, una seduta dal terapeuta in cui lei alza il suo amore a baluardo contro tutto e contro tutti, tradimenti e oscenità del partner incluse.
Il tema c'è. Ed è forte. Anche molto doloroso.
Lo svolgimento, però, lascia visibilmente perplesso il pubblico del festival.
Tanto che a metà proiezione la pellicola viene ribattezzata da una voce anonima "E lo chiamano un film".
Tesa la press conference.

"Ho scelto di appoggiare questo copione perché parlava del dolore, che voleva raccontare anche usando una metafora esagerata" dice difendendo la sua creatura Nicoletta Mantovani nei, per lei, nuovi panni di produttrice. "Certo non ero preparata a scendere nella fossa dei leoni".  
"Lo considero un film d'autore" aggiunge Isabella Ferrari, davvero bellissima nei panni di questa donna 'rifiutata'.  
" on vuole essere uno Shame italiano", avverte il regista Paolo Franchi riferendosi al film di tematica affine che ha portato la coppa Volpi a Michael Fassbender al penultimo festival di Venezia, e costretto a difendere l'operato dopo una serie di prime risposte piuttosto laconiche.
"Volevo raccontare il dolore, l'amore che si trasforma in veleno". Non è stato capito? "E' perché l'arte è egoista e non penso che con un film d'autore di possa arrivare a tutti. Qualcuno non capisce e non condivide, ad altri il mio lavoro susciterà il rendez-vous con se stesso di cui parla Duchamp".
Si appella all'arte e alla cultura il regista, messo alle strette da critiche inattese: "La costante della lettera? E' una reiterazione. Nella mia storia passato, presente e futuro si mescolano in un tempo che si rifà alla filosofia di Bergson". La lettera è trait d'union ma la sua percezione cambia ogni volta, reiterare la scena "fa parte dell'ossessione". E ancora: " In Italia non c'è ricerca, non c'è sperimentazione, ma la cultura è ricerca, non è la dilagante omologazione dei gusti da serie tv. Ricercare significa che si può sbagliare, che si può non piacere; ricercare rende il Paese più ricco".  
La risposta finale (piccolo gioiello o flop?) al pubblico, quando il film raggiungerà le sale il prossimo 22 novembre.

DA STYLE.IT

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