Dario Aita, dal cinema al web, alla tv e ritorno. Con un occhio a Volontè

di Valentina Caiani 

Tanti media, una professione. Quella di attore. Passione, opportunità e nuovi scenari per i giovani secondo l'interprete della fiction Questo nostro amore e della serie web Kubrick, una storia porno

Valentina Caiani

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Dario Aita

Dario Aita

Venticinque anni, siciliano, Dario Aita, già visto al fianco di Riccardo Scamarcio in La Prima linea e nella fiction Il segreto dell'acqua, è tra i volti più freschi di questo autunno sul piccolo schermo. Della tv, dove si è fatto notare in Questo nostro amore, e 'del computer', dove figura tra i protagonisti della web serie del momento, Kubrick, una storia porno. In questi giorni è sul set di Anche no, film di Alessio de Leonardis con Bianca Guaccero.

Kubrick, una storia porno. Anatomia di un successo: quali sono, secondo te, gli aspetti vincenti di questa serie web?
«L'idea al primo posto. Il porno è una realtà sotterranea molto diffusa, ma di cui ancora si parla poco e ancora meno con ironia. Se a questo si aggiunge che i protagonisti sono dei giovani che si arrabattano per fare quello che desiderano, diventa una storia nella quale può rispecchiarsi il 90% dei ragazzi d'oggi. Detto ciò Kubrick è vincente anche semplicemente perché è un bel prodotto».

Quanto conta il team in questo senso?
«E' realizzato da giovani più o meno sui 30 anni pieni di talento e che, come i protagonisti, hanno avuto i loro trascorsi in quanto ad "arte di arrangiarsi".  A partire dall'ideatore e regista Ludovico Bessegato, passando dal gruppo di sceneggiatori, fino ad arrivare all'ottimo cast e a tutta la troupe».

Che cosa rappresenta il web per un attore della tua generazione?
«Per un attore, ma soprattutto per chi si occupa di audiovisivo in genere, il web rappresenta uno spiraglio verso il futuro, la breccia nella fortezza del mondo della comunicazione attraverso la quale poter irrompere e mostrarsi al pubblico. E' una sorta di terra promessa attesa da tempo, dove non occorre avere nessun lasciapassare per mostrarsi e che vive solo della conferma dello spettatore. Questo crea finalmente una selezione naturale (che scopre gli altarini e mostra che in fondo tutto il solito vociferare sui talenti "nascosti" è abbastanza privo di fondamenta)».

E la televisione?
«Rimane ancora il media più visto e quello che dà da vivere a tanti attori, a volte con prodotti validi, altre volte con prodotti meno validi. Ma credo che presto anche la tv dovrà fare i conti  con l'avvento del web e muovere dei passi avanti».

Cinema e teatro, che comunque frequenti, rispetto a questi universi come li vedi?
«Sono anche questi due mondi molto diversi. Da un certo punto di vista il teatro è simile al web: puoi farlo con pochi mezzi e senza nessun lasciapassare. Come insegna Peter Brook, basta uno spazio, una storia, un corpo e qualcuno che ti ascolti. Il cinema è la meta costante e anche la più difficile da raggiungere. Ci sono molti ostacoli per arrivarci e una selezione molto dura, non sempre comprensibile. Si produce poco e dunque le possibilità diminuiscono. Però credo sia il medium più ambito: la qualità è tendenzialmente maggiore rispetto ai prodotti in tv, si ha un pubblico selettivo, consapevole e volontario e alle volte ti proietta al di là dei confini nazionali».

Ma sono settori più 'difficili'...
«Sì, vivono una forte crisi che sbarra la strada alla maggior parte dei nuovi talenti. Nel teatro è più facile scommettere e sperimentare, al cinema diventa un po' più rischioso».

Hai lavorato due volte con Riccardo Scamarcio, quasi un'icona generazionale. Come ti sei trovato?
«E' stato divertente! All'inizio ero molto curioso, mia sorella era una sua grande fan e sono cresciuto circondato dai suoi poster. Lo conoscevo più come personaggio mediatico che come attore, non avevo visto molti suoi film e quindi ero curioso di scoprirlo artisticamente. E' un attore con grande istinto e tantissima esperienza. Ho condiviso con lui la mia primissima volta davanti una macchina da presa e devo dire che ho imparato molto guardandolo lavorare».

E con Neri Marcorè com'è andata?
«In realtà l'ho incontrato poche volte sul set. Non avevamo molte scene insieme: nella fiction la mia relazione clandestina con sua figlia Benedetta non si incrociava molto con gli ambienti in cui viveva il suo personaggio. Però abbiamo giocato molte partite di calcetto nella stessa squadra e devo dire che... oltre a essere un collega simpatico e disponibile, e una persona molto interessante, è anche un ottimo marcatore!».

Da La prima linea a oggi: una svolta verso la commedia (o è solo un caso)?
«Decisamente un caso. Anche se non credo molto nel caso. Non ho cercato la commedia e non faccio molta differenza tra i generi, considero solo le storie. Prima di Kubrick, però, non mi ero mai messo alla prova con una commedia davanti a un pubblico così vasto e quindi ha rappresentato per me un banco di prova che aspettavo da tempo».

Con quale bilancio?
«Devo dire che i risultati sono stati soddisfacenti. Adesso che sto terminando le riprese di Anche no, una commedia opera prima del regista Alessio De Leonardis, spero di riconfermare quei risultati. Ma sono fiducioso».  

Come hai coltivato il tuo sogno? Che cosa ti ha aiutato a realizzarlo (e che cosa, perché ci saranno stati i momenti difficili, ti ha convinto a non mollarlo)?
«Non amo molto il termine sogno, perché lo ricollego sempre a qualcosa legata all'immaginario. Preferisco il termine desiderio, che rimanda a qualcosa come una distanza-mancanza delle stelle, quasi una mancanza dell'assoluto. Ho coltivato i miei desideri con la forza che mi dava questa mancanza di... amore. Credo che mi abbia aiutato a fare quello che faccio solo l'amore. E dire "solo" è sciocco perché è una parola che comprende tutto. Mi ha aiutato il tendere verso quello. Ci sono stati momenti più o meno complicati, ma credo sia la vita e devo confessare che una strana energia (fortuna?) ha equilibrato quei momenti con altri molto felici. Non ho raggiunto le stelle, né credo si possano mai raggiungere, ma credo basti guardarle e sentirne la mancanza per fare tutto ciò di cui si è in grado».

Modelli e punti di riferimento?
«Tanti. Veramente troppi. Ogni lavoro che faccio ne scelgo qualcuno. Identifico il mio personaggio con un paio di grandi attori del passato, che secondo me avrebbero potuto interpretare bene quella parte e li studio un po'.
Per il mio ultimo personaggio Bernardo Strano in Questo nostro amore, un giovane introverso e pieno di rabbia, ho visto tutti i film del primo Paul Newman e quelli di James Dean. Se invece dovessi proprio pensare a dei modelli che in generale rappresentano per me un punto di riferimento, probabilmente sceglierei Gianmaria Volonté - il più grande che abbiamo avuto - e Dustin Hoffman, entrambi per la loro energia e per la capacità di trasformarsi».
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