Brad, la religione, l'educazione
"sudista" e il fantasma di Malick

16 maggio 2011 
PHOTO SPLASH NEWS

Gomitate e semi-risse prima della proiezione, mugugni e qualche "buu" dopo: quando un film crea aspettative altissime, anche il comportamento dei giornalisti diventa fatto di cronaca. E oggi era la giornata di Terrence Malick, che notoriamente i giornalisti li ama poco. Lontano dagli schermi da anni, è tornato con l'attesissimo The tree of life, di cui era circolato finora solo qualche distillato trailer. Ma nemmeno il festival più prestigioso del globo è riuscito a convincere il regista di La sottile linea rossa ad esporsi: alla conferenza post-film di oggi, di Malick neanche l'ombra.

E, per il dolore di critici e fan, non c'era nemmeno Sean Penn (che probabilmente ha riservato i doveri professionali al secondo film con cui è in gara: This must be the place di Paolo Sorrentino), protagonista assieme a Brad Pitt.

E almeno lui c'era! Giacca bianca, barba sale e pepe, occhialino intellettuale e sorriso radioso, Pitt si è lungamente concesso ai fotografi e poi, all'incontro con la stampa, ha parlato di questo film, in cui lui interpreta il severissimo padre anni '50 di un bambino (che, nelle scene ambientate nel presente, "diventa" Sean Penn), attraverso i cui occhi è vista la storia di una famiglia del Sud degli Stati Uniti.
Anche Brad Pitt viene da una famiglia "sudista" e da un'educazione religiosa (e di religione nel film si parla molto): «Però trovo questo film universale - ha tenuto a specificare l'attore - e spero che parli a tutte le culture, perché tratta di un bambino, della sua voglia di conoscere, del doversi misurare con diverse forze. Nella particolare famiglia descritta da Malick, la madre incarna la dolcezza e il padre l'oppressione. Io ho avuto un'educazione del Sud e, anche se mi rendo conto di stare per usare un cliché, è vero che la madre è quella gentile e il padre quello che impartisce lezioni. (...)
Sono cresciuto nella cristianità e mi ricordo di essermi posto molte domande. Alcune cose funzionavano e altre no. Mi sono posto anche molte delle domande che solleva il film, ecco perché per me ha significato tanto».

Pitt si è anche mostrato felicissimo di avere lavorato con Malick («Un'esperienza che ha cambiato il mio modo di lavorare»), nonché incantato dal modo in cui, nel film, «La dimensione micro, come quella di una famiglia, si collega a quella macro, come il cosmo».

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