Sean Penn: «Sorrentino è un maestro»

20 maggio 2011 
PHOTO GETTY IMAGES

Difficile farlo ridere (se non per qualche rapidissimo sorriso), inutile provocarlo su Scarlett Johansson, vano chiedergli paragoni tra i due film con cui è in concorso (The tree of life e This must be the place), impossibile sgualcire la sua aria perfettamente calibrata sul "non appartengo al sistema". Sean Penn in conferenza stampa è esattamente come te lo aspetti. Serioso, rughe vissute, occhio dall'espressione un po' superiore, una mano che spesso appoggia sui capelli, sulla fronte e accanto alla bocca, stropicciandosi come se appena svegliato.
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Ma quando parla di Paolo Sorrentino, il cui film è appena stato presentato a Cannes, lo definisce "maestro": «È uno dei pochi filmmaster in circolazione. È un piacere inusuale lavorare con un regista così, perché ti stimola sempre con qualcosa di nuovo». Ed esorta i giornalisti a porre più domande a lui: «Lui è quello che suona il piano, io quello che gira le pagine».

E il regista di Il divo, a proposito della sua prima esperienza in inglese, oltretutto con un film on the road, dice: «Ho sempre desiderato girare un film negli Stati Uniti. E si è rivelato un processo molto facile. Eravamo come bambini, io e la troupe, eccitati dall'idea di girare in questo nuovo mondo».

Molto applaudito, il film di Sorrentino parla di famiglia, vendetta e viaggi di scoperta di sé. Racconta di come Cheyenne, rock star malinconica, si mette alla ricerca dell'uomo che aveva torturato il padre, ad Auschwitz, molti decenni prima. Si parla quindi, in parte, anche di nazismo. Ma nessuno ha avuto il coraggio di menzionare Von Trier, che parlando di nazismo si è appena fatto cacciare dal Festival.

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