Ramin Bahrami: «Io, soldato di Bach»

24 maggio 2011 
<p>Ramin Bahrami: «Io, soldato di Bach»</p>

Un'infanzia nella burrascosa Teheran delle sommosse anti-Scià e del regime musulmano post rivoluzionario. Poi, a undici anni, la fuga dalla sua terra d'origine e l'arrivo in Italia. Ma, soprattutto, l'inizio di un amore in musica devoto e galvanizzante - quello per Bach - destinato a evolversi in professione. A raccontarci la sua storia, "piano" e "forte" come lo strumento sotto le sue dita, è Ramin Bahrami, musicista iraniano di fama internazionale, considerato fra i più interessanti interpreti bachiani viventi.

Come nasce il tuo amore incondizionato per J.S. Bach?
«Il colpo di fulmine è avvenuto quando ero bambino: avevo cinque anni e mi trovavo a casa di un'amica persiana appena tornata da Parigi con un Lp di Glenn Gould. Fu lei a farmi ascoltare la toccata della Partita No.6. Ed io, quell'emozione, da allora, non l'ho mai più abbandonata: è come se un virus mi avesse pervaso, stregandomi, facendomi quasi cadere in trans. Mi sono chiesto se esistesse una musica più completa di quella, un suono con arpeggi così ben congegnati, e ho deciso di dedicarle i miei studi. La mia vita».

Quali gli incontri più significativi per la tua carriera?
«Primo fra tutti, quello con la maggiore interprete di Bach al pianoforte, da alcuni definita la "Signora Bach": Rosalyn Tureck. Lei, musicista capace di riletture estremamente personali, ha inventato una sorta di "scuola del tocco" sull'opera del compositore. Proprio come Glenn Gould, che l'ha spesso menzionata fra i suoi modelli.
Altrettanto fondante è stato l'incontro con Riccardo Chailly, a Lipsia, terra luterana di Bach, con le sue magie e tradizioni. Lì ho potuto esibirmi con la Gewandhausorchester Leipzig, una tra le più antiche e prestigiose orchestre al mondo. Chailly ha il merito di aver coniugato l'eleganza e la passione italiana con il rigore e la disciplina tedesca, per un risultato semplicemente sorprendente. Con lui ho realizzato il mio ultimo disco, Piano concertos (Decca), un live record edito a fine marzo 2011».

Cosa rende Bach così contemporaneo e avvicinabile ai giovani?
«Il melting pot. La sua forza di unire mondi differenti. Vivisezionando una partitura, si scopre che ogni voce, in Bach, è già un mondo a sé. Ed è quello che noi tutti dovremmo avere sempre presente: realtà differenti rendono il disegno del cosmo maggiore, migliore. Bach, tutto questo, lo ha capito e compiuto duecento anni prima della (finta) globalizzazione di cui oggi si fa un gran parlare. La sua è una musica senza età, scritta per l'eternità».

Tu che hai vissuto le inside di un regime autoritario e di un'emigrazione forzata, cosa pensi degli sbarchi sulle coste sicule delle ultime settimane?
«Ho seguito queste vicende italiane con molta attenzione: io sono per l'accoglienza dei popoli. Un'accoglienza ordinata e ragionata. Senza la paura dell'ignoto, dell'avventore forestiero, seminando un'immotivata preoccupazione tra i cittadini. Ma offrendo, al contrario, sostegno e strutture. Dando agli emigrati una possibilità di inserimento: è un enorme atto di civiltà, quello che gli italiani, ancora una volta, dimostrano di essere disposti a fare. Ma è necessario che questa accoglienza sia reale, sentita, voluta da un Paese industrializzato e civile, garante - pertanto - di una risposta evoluta. È un gesto di umanità».

Bach era luterano, culto in cui la musica occupa una posizione centrale. Cosa pensi del rapporto fra musica e fede?
«Credo che la musica sia una delle testimonianze più alte di spiritualità. Un ponte che conduce a ciò che non c'è, ma ugualmente esiste. Fede e musica sono destinate a perdurare eternamente, per noi e per chi verrà dopo. Nessuna arte, a mio avviso, è così adatta a spiegare l'oltre come la musica».

Quella del conservatorio può essere, per i ragazzi di oggi, una realtà formativa e funzionante, in alternativa alle "professioni standard"?
«Assolutamente sì: dobbiamo imparare a pensare che i conservatori, oltre a produrre egregi solisti o direttori d'orchestra, sono luoghi in cui si ha l'occasione di educarsi all'armonia musicale. Certo, a sfondare è un'elite: non tutti diventano Claudio Abbado o Maurizio Pollini. Ma qualcuno, per esempio, avrà modo di formarsi come critico musicale. E l'arricchimento sarà culturale, ancor prima che economico. Arte, filosofia, musica, pittura: sono questi i nostri veri lingotti».

La critica di settore ti ha definito "un mago del suono, un poeta della tastiera". Tu come ti definiresti?
«Un soldato bachiano che porta un messaggio di civiltà in giro per il mondo. Attraverso la musica di Bach, che è emozione, perfezione, libertà. Bellezza. Un suono che ti rigenera e che, ogni giorno, ha da insegnarti qualcosa di nuovo».

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