Ludovico Einaudi: «La mente più musicale? Quella vagabonda»

09 giugno 2011 
<p>Ludovico Einaudi: «La mente più musicale? Quella vagabonda»</p>
PHOTO LAPRESSE

Pochi artisti vantano un curriculum ricco di riconoscimenti come Ludovico Einaudi, torinese che malgrado il successo internazionale ancora fatica ad allontanarsi dalle colline del Piemonte, il nido sacro dove vengono concepite e si schiudono tutte le sue composizioni.
Ultimamente lo ha fatto, ad esempio, per raggiungere il Brain Forum di Milano per suonare, ospite insieme al neuroscienziato Robert Zatorre, la "musica del cervello".

La musica del cervello. Il suo che musica preferisce?
Io adoro quella che penetra dentro, che tocca il cuore e la mente in profondità. La musica che fa riflettere e che al tempo stesso aiuta a staccarsi dalla realtà.

Non tutti i cervelli sono adatti a una musica di questo tipo...
Esistono menti più adatte di altre a comporre e ad ascoltare. Dipende dalle contingenze, dall'imprinting che si ha quando si nasce ma anche dalle esperienze che si fanno via via.

E quali caratteristiche deve avere un cervello per capire e creare buona musica?
Deve essere onirico. Una mente astratta, vagabonda, capace di immergersi in se stessa e di estraniarsi. Da piccolo mi prendevano in giro perché, dopo un po', quando qualcuno mi parlava, io mi "allontanavo". Col tempo non ho perso questa caratteristica, ma l'ho utilizzata per dar sfogo alla mia creatività.

E quindi anche adesso la prendono in giro?
Certamente! Mi succede soprattutto nelle situazioni collettive e dispersive, quando intorno a me si creano discussioni che non mi coinvolgono a pieno. Mi distraggo, ecco tutto. E un po' questa cosa mi piace.

E quando compone, lo fa per raccontare quel che in quei momenti non riesce a dire?
Sì, credo di sì.
Io scrivo sia per me che per gli altri. Provo una gran soddisfazione quando riesco a soddisfare un mio bisogno interiore, che è magari quello di "parlare" attraverso la musica, e al tempo stesso a creare qualcosa in grado di piacere anche agli altri. La condivisione è fondamentale, quando di tratta di musica.

Quindi secondo lei la musica serve più per riflettere, che per divertire...
Io credo che la musica sia il più straordinario strumento di riflessione che abbiamo. La messa in moto di qualcosa. Un potenziale del genere non può andare sprecato alla voce "divertimento", sarebbe riduttivo.

La musica ha dunque una funzione etica, secondo lei?
Assolutamente sì.

Avrebbe mai immaginato, da bambino, che un giorno la sua mente vagabonda sarebbe diventata una risorsa?
Assolutamente no.

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