Nicola Conte e la sua protesta romantica, in musica

08 agosto 2011 
<p>Nicola Conte e la sua protesta romantica, in musica</p>

Love & Revolution. L'amore e la rivoluzione danno il titolo a quello che è «un disco di protesta: magari romantica, sentimentale, ma lo è». Così spiega Nicola Conte, dj e compositore la cui personalità si riassume bene nel termine artista.

L'amore e la rivoluzione possono convivere?

«Non scopro nulla con un titolo del genere. L'amore può rappresentare una rivoluzione culturale, un'evoluzione dello spirito. Di religione, di filosofia e di poesia oggi non si parla. Come può la società vivere nel materialismo e nell'appiattimento culturale? Volevo trasferire tutte queste riflessioni in qualcosa di poetico, e anche di positivo perché questo disco alla fine lo è, anche se si sente più in certi brani che in altri (alcuni hanno un timbro un po' scuro, ispiratomi da un certo jazz)».

Da cosa sono nate tutte queste riflessioni?

«Un artista dovrebbe interpretare o anticipare (cosa più rara e per questo più importante) i cambiamenti in atto nella società in cui vive, lasciando un segno indelebile con la sua arte. Di nomi di artisti così ne potrei fare moltissimi, ma venendo al mio disco, esprime il disagio verso quello che questa società ci suggerisce e che io non voglio accettare: la domanda che mi sono posto è stata come potevo esprimere tutto questo in musica».

Nelle canzoni si trovano anche altri pensieri, potremmo dire più alti…

«Ho cercato di suggerire l'idea che, appunto, c'è qualcosa di più alto; ho voluto dare l'idea della spiritualità, dell'inutilità di pensare in termini di differenze tra gli uomini… credevo che l'idea del diverso fosse superata, ma siamo ancora a questo punto. Basti pensare a come ci riferiamo a Islam e Cristianesimo».

Nei titoli delle canzoni si leggono i nomi di Allah, Shiva e Ra, come mai questi riferimenti?

«La musica che ascolto, e che mi ha ispirato, abbraccia un arco temporale vasto che va dal jazz anni '50 a Ravi Shankar, dal folk giapponese all'elettronica che suono nei club, spazio da Jimi Hendrix ai Byrds a Marvin Gaye. Nel mio disco c'è tutto questo».

Hai parlato di jazz e anche di artisti di qualche decennio fa: cosa ti affascina della musica del passato?

«Un'opera lirica è passata? Sono passati una tragedia di Euripide, un grande esempio di architettura o un quadro di Picasso? No. Perché allora nella musica si dice che qualcosa è passato? Se ci limitiamo a un arco temporale ristretto ci ritroviamo nel consumatore che non si affeziona a nulla e che vuole tutto subito. Tendenza che per fortuna sta iniziando a cambiare, con i giovani che riscoprono i vinili. Certo, però per me a volte è vecchio un disco di 5 anni fa, se è solo un prodotto di consumo».

Il jazz oggi come viene percepito dal pubblico? Forse sta un po' venendo meno l'idea di musica 'difficile'.

«Un pubblico interessato a qualcosa di diverso c'è, se ho potuto fare questi dischi. Nelle mie serate vedo persone che vogliono farsi coinvolgere da qualcosa di profondo. Abbiamo la possibilità di uscire dall'impasse, anche se la fase che stiamo vivendo è confusa».

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