Festival del teatro di Avignone: un gioco di corpi

di Giulia Ubaldi 

Dal 1947 è uno degli appuntamenti culturali più importanti e attesi dell'estate. Oggi il Festival del teatro di Avignone riunisce nella città dei Papi il meglio dei palcoscenici mondiali, ma anche spettacoli di danza, musica e arti visive

Giulia Ubaldi

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Siete tutti invitati a uno degli appuntamenti artistici più importanti in Francia, dove il teatro si fa poesia, l'arte si diffonde nelle strade, i corpi diventano leggeri, la città si veste di mille colori e i garage vengono adibiti a teatri. Non vi è restrizione alcuna per partecipare, di età, genere o classe sociale. Per cogliere lo spirito del Festival è sufficiente aprirsi alla condivisione e camminare per i vicoli della cittadina provenzale.

Il Festival di Avignone è nato da una scommessa di Yvonne e Christian Zervos che, nel 1947, decisero di invitare un giovane regista di teatro, Jean Vilar, perché desse un contributo alla mostra d'arte contemporanea da loro organizzata.

 La mostra si teneva nella Corte d'Onore del Palazzo dei Papi e presentava lavori di Picasso, Matisse, Braque e Léger.

Jean Vilar propose di presentare al pubblico di Avignone tre nuovi lavori concepiti appositamente per l'occasione e da allora il Festival si è sviluppato restando sempre fedele allo spirito originale che lo ha fatto nascere. Ogni anno, infatti, viene chiamato un artista diverso che collabora alla programmazione. Ed è anche questo che permette al festival di essere sempre nuovo ed interessante.

In questi giorni di performances continue con i corpi si gioca, si danza, si scherza. Ogni anno nel mese di luglio più di 300 rappresentazioni internazionali e soprattutto nazionali attirano migliaia di spettatori provenienti da tutto il mondo. L'aria che si respira è allegra e divertente. E la città profuma di festa e condivisione.

Il festival si compone di due scenari, In e Off. Per rispondere alle crescenti esigenze di artisti e pubblico, i luoghi destinati agli spettacoli sono numerosi e vari, molti all'interno del centro storico, altri al di furori della Città dei Papi. Il cortile d'onore del Palazzo dei Papi resta il luogo principale e tradizionale del festival in, ovvero quello ufficiale nato nel 1947.

Il secondo è frutto dell'iniziativa del Théâtre des Carmes co-fondato da André Benedetto e Bertrand Hurault quando nel 1966 cominciarono a esibirsi in forma indipendente. Senza l'intenzione di voler creare un "movimento", negli anni successivi altre compagnie teatrali imitarono il Théâtre des Carmes, contribuendo ad arricchire l'evento ognuno con il proprio spettacolo. Nasce così la sezione off del festival, quella non ufficiale. A quest'ultimo può partecipare qualunque compagnia, senza limitazioni.

Tradizionalmente venivano rappresentate solo opere teatrali, col passare degli anni il festival si è evoluto spontaneamente, aprendo le porte ad altre forme d'arte come danza, musica, spettacoli, arti visive e tanto altro. Quello che è rimasto, dalla prima edizione di Jean Vilar, è la fama di essere uno dei principali luoghi di incontro e confronto di artisti provenienti da universi e scuole contrastanti, generazioni e origini diverse.

Per assaporare il gusto vivo del teatro di Avignone non è obbligatorio acquistare un biglietto: due passi per strada sono sufficienti per cogliere l'arte insita in questo festival, che non si esaurisce nei luoghi adibiti al festival, ma si diffonde in ogni angolo della cittadina. Ed è proprio questa totale accessibilità al teatro a rendere questo evento unico.

Tra gli innumerevoli spettacoli proposti, ce n'è uno che amiamo in particolare dalla sua prima performance del 2009, confermata per quattri anni di seguito e che ogni anno lascia tutti i suoi spettatori senza parole. Si tratta di "Les Ames Nocturnes" di cui potete avere un'anteprima al seguente link.

E finalmente, dopo anni di attesa, ad Avignone Godot è arrivato:
«ESTRAGONE: E adesso che facciamo?
VLADIMIRO: Non lo so.
ESTRAGONE: Andiamocene.
VLADIMIRO: Non si può.
ESTRAGONE: Perché?
VLADIMIRO: Aspettiamo Godot.
ESTRAGONE Già, è vero».

(En attendant Godot, di Samuel Beckett).

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