Cosa non ci è piaciuto in Gone Girl

di Guy Pizzinelli 

La versione cinematografica di L'Amore Bugiardo del regista David Fincher èun film che divide. Ma a noi non ha convinto

Guy Pizzinelli

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Dato che non è mai bene parlare approfonditamente del senso o della riuscita di un film mentre ancora tutti quanti dovete andare a vederlo, ecco che noi di Style abbiamo atteso che in effetti ci foste andati quasi tutti, prima di stroncarvi decisamente Gone Girl.
Soprattutto perché è un film ad alto pericolo di spoiler, non appena ci si avvicina a parlarne.
Di cosa parla ormai dovreste saperlo, e se non, vi rimandiamo alle varie recensioni con trama e riassunti.
Qui ci limiteremo a spiegarvi perché e percome non ci ha convinto. In pochi semplici punti.
1. "Gone Girl" è un film cinico, subdolo, angoscioso, costantemente pervaso da una sensazione di lucida perfidia. Nessuno è senza peccato, non ci sono eroi e paladini; è una rappresentazione di una visione della società estremamente disillusa, nella quale non c'è spazio per l'empatia e per il dialogo. L'essere umano è di per se egoista e spregiudicato, totalmente noncurante dell'interesse delle persone che lo circondano.
Non è questa la sede per discutere se sia o meno una visione aderente la realtà, di certo nel film il matrimonio è fotografato e raccontato in modo disilluso.
Peccato solo che lo svolgimento della sceneggiatura - particolarmente le azioni diaboliche messe in atto da Amy - siano credibili e realistiche come l'ultimo Die Hard con Bruce Willis.
2. Tecnicamente è interessante quanto imperfetto. La pochezza dei dialoghi è imbarazzante, come il doppiaggio che certamente non aiuta. Da battute come "Amy Elliott, lei possiede una notevole vagina", si capisce subito con cosa abbiamo a che fare.
Una visione pacchiana del matrimonio ma soprattutto dell'innamoramento emerge da questi dialoghi, dove manca l'approfondimento della relazione di coppia, lo spessore psicologico dei coniugi, le relazioni causa-effetto dell'amore.
La sceneggiatura sbadata e risibile compromette, con le sue molte inverosimiglianze, l'effetto tensione che la regia approccia solo visivamente, dando allo spettatore l'illusione del coinvolgimento per mezzo di un trucco: impressionabilità e compulsività (in altre parole "fuffa").
3. Si tratta certamente di una pellicola con più ombre che luci. Come viene detto apertamente nel film, il rapporto tra Nick e Amy non è un rapporto "normale", e dunque ogni spunto di voler radiografare l'istituzione del matrimonio lascia un po' il tempo che trova. Così come è fuori luogo accusare il film di misoginia: benché la storia sia scritta da una donna, Nick è rappresentato come un tontolone che non ha capito niente della propria moglie, mentre, oltre a Amy, sono presenti altre figure femminili ben più positive, forti e intelligenti. Insomma, è tutto un po' forzato.
4. C'è un po' troppa carne al fuoco, mal distribuita: c'è un acuto accenno alla potenza dei media in fatti di cronaca nera provinciale, con l'inevitabile perverso intreccio fra la necessità di "usarli" da parte dei protagonisti negativi e la voglia di emettere sentenze anticipate da parte di chi tenta di sfuggire alla monotonia della quotidianità; c'è l'intervento della legge americana, come spesso accade nella realtà pasticciona e desiderosa di correre a conclusioni affrettate, attraverso indagini disordinate, confuse e poco coordinate tra i vari enti che le portano avanti; e c'è poi la messa in scena del sentimento di ipocrisia che tiene vivo il matrimonio, come centro aggregatore di interessi molto terreni, che si tratti di necessità sessuali o bisogno di sicurezza patrimoniale, gli sposi sono legati a doppio filo.
5. E gli attori? Mah, Affleck legnoso e la Pike sempre poco espressiva, nonostante possa applicarsi di più.
Dura due ore e mezza, ma già dopo 50 minuti fa venire voglia di alzarsi e andare a fare altro.


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