Birdman, Hawking e gli Oscar facili

di Guy Pizzinelli 

I premi Oscar 2015 sono stati consegnati nella notte tra domenica e lunedì a Los Angeles. Ma che retrogusto ci lasciano?

Guy Pizzinelli

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Birdman ha sbaragliato tutti: l'Oscar per il miglior film è andato allinteressante pellicola firmata dal messicano Alejandro González Iñárritu. Il premio più importante della serata, quindi, è stato assegnato a un film che tecnicamente è un'opera quasi impressionante (molta della pellicola è girata in quello che sembra un unico piano-sequenza, con l'ausilio di collegamenti digitali tra uno e l'altro dei piani effettivi).  

Birdman ha ottenuto in totale quattro Oscar
(tra cui anche quello per il miglior regista, vinto da Alejandro G. Inarritu), ma anche l'altro favorito The Grand Budapest Hotel ha vinto quattro premi. Whiplash ha vinto tre Oscar, mentre tutti gli altri - tra cui Boyhood e American Sniper, che hanno deluso un po' rispetto alle aspettative iniziali - ne hanno vinto solo uno.
Incentrato su un ex divo hollywoodiano che prova a rimettersi in gioco sui palcoscenici di Broadway, Birdman è sì un bel film, tutto sommato, ma dopo la fascinazione dei primi 45 minuti, tende a svolgersi secondo un modulo ripetitivo e con dialoghi che non catturano più di tanto per originalità e intensità. Lascia un gusto in bocca come di un esercizio stilistico - per carità validissimo - ma che per sua stessa natura limita in qualche modo sia lo sviluppo della storia che dei personaggi e delle loro personalità.

Aveva un vero concorrente degno di questo nome? Sulla carta sì, nei fatti no.
Parlando molto chiaro, ciò che ai più sgamati non va giù di Anderson (e quindi del suo The Grand Budapest Hotel, film caruccio ma dimenticabilissimo) è tutto quel pucci- pucci-mao-mao così meravigliosomondodiamelie-stico già visto e rivisto sin dal suo primo film. Carino, certo, ma stucchevole già la seconda volta e soprattutto sempre uguale a sé stesso: un regista dimostra di essere grande anche quando sa osare, rinnovarsi, ampliare le sue tematiche. Anderson non lo fa.

Poi c'è la famosa teoria di Hollywood e i disabili: ecco infatti il successo del britannico 33enne Eddie Redmayne, al debutto fra i nominati in La teoria del tutto di James Marsh nei panni di Stephen Hawking, il grande astrofisico affetto dal 1963 da una malattia degenerativa del motoneurone.
Una performance che abbina due fattori da sempre amati dall'Academy: l'interpretazione di un biopic e un personaggio che lotta contro una malattia o un handicap. Redmayne si è preparato sei mesi per interpretare Hawking, ma ha incontrato lo scienziato solo cinque giorni prima di girare: "Mi ha colpito soprattutto per la sua capacità di emanare intelligenza e humour" ha detto l'attore nelle interviste.
Due fattori sempre amati, ma anche della serie "ti piace vincere facile".
La teoria degli Oscar è appunto che quando c'è un attore che interpreta un disabile, la statuetta è già assegnata a prescindere.

Resta giustamente deluso un film che neppure meritava una nomination, American Sniper. Considerato da molti un eroe, da altri un killer spietato, grazie all'interpretazione di Bradley Cooper, Chris Kyle è tornato con il film al centro del dibattito dei media. Per interpretarlo, Cooper ha visto ore e ore di sue interviste e materiale su di lui, si è sottoposto a una trasformazione fisica, ingrassando 18 kg con una dieta da 8000 calorie al giorno e si è allenato nel tiro di precisione con il Navy Seal Kevin Lacz. Tutto molto bello, ma il film è tatticamente mal realizzato, inverosimile e stucchevole nonostante tutti i tentativi di Eastwood di tenerlo asciutto e bilanciato.
Oltre a essere troppo lungo e a tratti ripetitivo.
A consolarci resta l'unico Oscar forse davvero stra-meritato: quello come miglior attrice protagonista è, come ampiamente previsto, andato a Julianne Moore per Still Alice.
Riassumendo: hanno vinto un film e un attore validi, certo. Ma avevano una concorrenza degna di questo nome?
A nostro avviso no.
Magari andrà meglio l'anno prossimo.


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