Anita Kravos, questione di feeling

di Valentina Caiani 

Ne La grande bellezza, nei panni di Talia Concept, non riesce a spiegare che cosa sia la Vibrazione sui cui poggia per intero la sua arte. Fuori dal grande schermo è un'altra storia: Anita Kravos  si rivela un'esperta nell'arte dell'ascolto. Dei compagni di set per costruire in team personaggi e storie incisive; di se stessi per capire che cosa ci fa funzionare meglio; dei sensi per riconoscere i luoghi del cuore; del presente, per (imparare ad) apprezzare davvero quello che ci circonda

Valentina Caiani

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Secondo weekend al cinema con Italian Movies, che, presente solo in alcune selezionate sale sta diventando un piccolo caso. Nel frattempo, un altro tuo film, La grande bellezza, festeggia un record: è il più visto nella carriera di Paolo Sorrentino...
«L'ho rivisto utimamente. Ed è capitato a molti altri! Tornare al cinema di lì a poco per rivedere un film, oggi, è cosa desueta, quasi inedita».

Magia del buon cinema. La grande bellezza poi fa anche discutere, divide il pubblico… Tu perché sei tornata in sala?
«Da spettatrice ho amato molto la complessità, la correttezza intellettuale.
Al momento delle riprese non avevo letto la sceneggiatura se non per la mia parte. Quando ho visto il film a Cannes ho visto e capito la complessità.
Per me racconta la grande magia di Eduardo, la capacità di fare del bello, l'arte, nonostante sia dichiarato che sia posticcia, artefatta».

Come si inserisce il tuo personaggio, Talia Concept, in questa lettura?
«Tutti i personaggi e gli artisti raccontati nel film sono personaggi e artisti che per certi versi ci possono colpire e attrarre, per altri irritare. Per certi versi ce la possono dare a bere, per altri, sposando l'idea del protagonista, non ce la danno a bere. Proprio come il mio, Talia Concept, tipo sui generis e molto sopra le righe. Mi sono divertita parecchio perché è simpatico, in fondo in fondo ci crede a quello che fa e che dice, le lacrime che piange sono vere anche se raccontano un mondo che di primo acchito non è riconoscibile e fruibile come arte: la vibrazione, che forse non sa bene cosa sia neanche lei».

Tra una performance di corsa nuda contro un muro e un' intervista dalle stelle alle lacrime, Talia Concept è tra i personaggi che si fissano nella memoria del pubblico. E' stato più difficile stare nuda, sbattere la testa contro un muro oppure affrontare in un duello verbale Jep Gambardelli  (Toni Servillo)?
«E' una domanda che permette di cogliere nel segno il mestiere dell'attore. Correre e fare la 'performance' appartiene a un tipo di scena in cui in realtà sei molto protetta: è tutto finto. E' stata divertente da girare ma anche abbastanza dolorosa: le capocciate erano vere.
Il trucco viene svelato nel film: "Ah, ma c'è una pietra di gomma". Sì, ma di gomma abbastanza densa. Vari ciak, 20 capocciate… alla fine ero abbastanza rintronata e le vibrazioni, sì, le ho sentite!
Abbiamo passato metà giornata a sbattere la testa contro il muro ma era una fase preparatoria per la scena davvero difficile, quella dell'intervista con Jep-Servillo.
La prima è semplicemente divertente, perché sai che stai facendo una cosa fuori dal comune che non ti capiterà più nella vita, ma la vera prova d'attrice è quel lungo dialogo accanto a uno dei nostri più grandi attori.
Confrontarsi con Toni Servillo, in una sequenza in cui tutti e due parliamo molto e tutti e due difendiamo il nostro punto di vista, è una vera prova. Nel confronto vado a 'soccombere' ma durante, nel difendere le mie idee, lo seguo, alzo il tiro con lui e come lui. E' una bella prova d'attrice, con i personaggi che si scontrano ma gli attori che lavorano assieme per guidarli uno contro l'altro. Più il mio personaggio è arrogante e dice cose strampalate, più il suo può essere ilare, prendersi gioco di me».

Talia concept de La Grande Bellezza, la prostituta di E la chiamano estate… Spesso dai corpo a personaggi di breve apparizione ma piuttosto intensi, che restano impressi. Sono così speciali anche perché ci metti qualcosa di tuo?
«Ho la fortuna di aver interpretato fino ad ora personaggi molto vari. Da quelli intensi come Talia e la prostituta senza nome a Charlotte di Italian Movies, un tipo acqua e sapone, solare e dolce, che nel suo inseguire l'amore si risolve in una favola rispetto alle altre due, più "incisive".
Tutti hanno a che fare con me ma la magia del fare il mestiere più bello del mondo è che ti fanno scoprire cose di te che non immaginavi.
Quando un personaggio è scritto bene, diventa universale e parla di tutti noi (e allora, in questo senso, parla anche di me).
Come scoprire queste cose? Basta farsi guidare dal regista.

In che modo?
«Per esempio, nel film di Angelini, Alza la testa, ero un altro personaggio di quelli che rimangono impressi, difficile da interpretare (ndr: Sonia,  transessuale). Bene, lì ti avvali di tutti i professionisti del set. Nel caso, assieme a trucco e capelli di Gino e Mauro Tamagnini, la costumista Daniela Ciancio, nel cast tecnico anche del film di Sorrentino, ha fatto un lavoro straordinario.
Quando hai tutta un'equipe attorno alla tua figura non ti resta altro che indossare quei panni e dare voce a quel personaggio…  Devi fare molto poco.
Il risultato di personaggi così forti, così particolari è di tutti.
Il look, la luce che ti mettono, il chiaro-scuro… è un lavoro di collaborazione di tutto il set.
Capisco che l'impressione generale sia "E' un personaggio forte… Come avrà fatto interpretarlo?".
Il segreto è lasciar fare agli altri. Meno fai, meglio è. Less is more».

Non è la prima cosa che pensi però, quando ti rivolgi a un'attrice che come te, oltre ad avere già 22 film  alle spalle viene dal Teatro. A proposito, non ti manca?
«Sì, tantissimo. Non vedo l'ora di fare una bella produzione teatrale.
Ho studiato teatro, non ho mai studiato cinema. Il cinema ho avuto la fortuna di farlo e ho fatto la scuola migliore che c'è, quella della pratica. Ma prima c'era il teatro.
A Venezia, poi un corso di perfezionamento all' École des Maîtres con una tournée  per l'Europa con tappa finale a Mosca dove ho potuto fare l'audizione per il GITIS, l'accademia teatrale forse più importante del mondo.
Facevamo lezione dentro casa di Stanislavskij, nel saloncino con le quattro colonne in cui Stanivslaskij faceva le prove con Olga Knipper… e ho avuto la fortuna di seguire forse l'ultimo maestro di questa tradizione russa, l'assistente dell'assistente di Stanislavskij:  tutta un'altra cosa rispetto a quello che apprendiamo dai vari metodi americani.
Sono legatissima al teatro e spero di tornarci presto con qualche bella produzione solida.  Sì, mi manca. Ho proprio malinconia per il teatro».

Hai studiato, hai viaggiato, ti sei confrontata con culture e lingue diverse… E' ancora questo il percorso ideale per  un'aspirante attrice, oggi?
«Studiare va bene ma il metodo giusto è quello che funziona per te. E poi si sottovaluta il fare. Occorre fare, fare, fare. Anche la piccola comparsa, la figurazione speciale. Ovunque. Occorre confrontarsi con il mestiere vero. Stare davanti all'inquadratura in una giornata di set, assaporare quanto sia faticoso e bello.
Il mio percorso è stato studio, studio, studio, lingue, laurea, la scuola di specializzazione all'estero. Ma non c'è un percorso garantito. Quello che funziona è quello che funziona per ognuno di quelli che vogliono intraprendere questa strada. Tutto serve ma niente è sufficiente. Nulla ti può garantire e tutto non basta, mai… è un mestiere strano da questo punto di vista».

Un lavoro che ti sfida, quello dell'attore. La sfida che invece hai fatto tua fuori dal lavoro?
«Spero di averla già compiuta:  meno aspettativa e più godimento, più apprezzamento per quello che c'è. Abbassare le pretese, le aspettative, e assaporare la vita».

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