Vincent Cassel: «Un uomo duro rispetta la donna»

11 marzo 2009 
<p>Vincent Cassel: «Un uomo duro rispetta la donna»</p>

Lo aspetto seduta di fronte al fuoco freddo dell'immenso camino a etanolo che taglia in due la hall del Murano Urban Resort, a Parigi.

Prima ancora di stringergli la mano faccio tintinnare all'altezza del suo sguardo una chiave elettronica attaccata a una placca di metallo. «Abbiamo una suite con piscina, monsieur Cassel. Si sente pronto?», gli chiedo, guardandolo dritto negli occhi, e mostro con un cenno la porta dell'ascensore.

Accenna un mezzo sorriso, fra il sorpreso e il divertito, quando apro la porta dell'enorme camera con vista sulla piscina e i tetti di Place de la République. La presenza del letto extra large, gonfio di candidi cuscini, ci mette leggermente in imbarazzo.

«Posso darle una bella notizia?», dice, rompendo il silenzio. «Ho deciso di smettere di litigare con i giornalisti: sarò buonissimo con lei».

Il flashback di una scena del Nemico pubblico N. 1, il suo ultimo film, in due parti, forse il migliore della sua carriera, mi attraversa la mente. Il giornalista a cui ha spezzato le ossa a forza di calci sputa sangue dalla bocca mentre lo implora di non ucciderlo. Ovviamente è finzione, un attore non è il personaggio che interpreta, ma i fiumi di sangue e di testosterone che Cassel ha fatto scorrere nella sua ultima performance cinematografica stanno invadendo lo spazio mentale di questa intervista.

L'uomo più sexy del cinema francese, e uno dei più bravi attori della sua generazione, sta per tornare sugli schermi italiani (la prima parte, nelle sale dal 13 marzo, ha come sottotitolo L'istinto di morte; quello del seguito, che vedremo dal 17 aprile, è L'ora della fuga) con la storia vera di Jacques Mesrine, un gangster che con i suoi violenti e contorti codici d'onore terrorizzò e affascinò la Francia degli anni Settanta. Ma adesso è qui, e ha deciso di non opporre resistenza. Posso quindi approfittare della sua rara pazienza, e della vicinanza che ci impone il minuscolo divano della suite, per cercare di scoprire quello che alla leggenda di Mesrine forse lo accomuna: la capacità di azzerare la sana ipocrisia di noi donne quando giuriamo - mentendo - che odiamo i mascalzoni, che detestiamo la virilità esibita e tutti i segni esteriori della mascolinità. Si alza dal divano e torna con una bottiglia di Coca Light trovata nel frigobar. Un colpo secco sul bordo del tavolo e il tappo salta. «Sono sicuro che stava morendo di sete», dice, strizzandomi l'occhio.

Il testosterone, secondo lei, serve a conquistare le donne o a sottometterle? «Perché, che differenza c'è? (Ride). Sto scherzando, naturalmente. Ma parlando sul serio, non le hanno mai spiegato che è una questione di dosaggio? Noi uomini ci confrontiamo con questo problema fin dall'adolescenza, quando l'esplosione di ormoni - un'esplosione che non può mai essere appagata fino in fondo - diventa quasi una tortura. Crescendo si impara a mediare fra la nostra parte animale e quella razionale, per trovare la dose giusta e arrivare a soddisfarvi senza infastidirvi, un gioco sottile e complicatissimo. Il problema è che la maggior parte di voi donne non sa quanto testosterone vuole, e così tanti uomini, come me, devono affidarsi alla loro idea della dose giusta. Le sembra troppa?». La dose va benissimo. La Coca che mi ha versato un po' meno. Posso averne ancora? «Prego, madame. Le è piaciuta la risposta?».

CONTINUA

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