Ramazzotti e Virzì: La (nostra) prima cosa bella

14 gennaio 2010 
<p>Ramazzotti e Virzì: La (nostra) prima cosa bella</p>

Estate 1971. Anna (Micaela Ramazzotti), donna bellissima e frivola, è proclamata mamma più bella dello stabilimento balneare più conosciuto di Livorno. La gelosia del marito costringe lei e i due figli, Bruno e Valeria, a una vita di peripezie. Oggi Anna (Stefania Sandrelli) è alle cure palliative ma ancora avida di vita. L'ultimo saluto di Bruno (Valerio Mastandrea), richiamato a Livorno da Valeria (Claudia Pandolfi) si trasforma in una rievocazione delle vicissitudini familiari e in un'inattesa riconciliazione.
Una storia struggente, ma anche un inno alla vita: è l'ultimo film di Paolo Virzì, La prima cosa bella, nelle sale da venerdì 15 gennaio. Di certo l'atmosfera di fiducia e la sensazione di allegria che il film emana sono frutto di un periodo felice per il regista e la sua compagna, Micaela Ramazzotti, la cui unica preoccupazione è ora trovare un accordo sul nome da dare al figlio in arrivo tra meno di un mese. La presentazione del film in uscita è, per la coppia, l'ultimo appuntamento pubblico prima di un periodo di riposo da dedicare interamente al bebè in arrivo.

Micaela, com'è stato tornare a lavorare con Paolo?
Micaela: «Paolo è stato bravissimo, come al solito, a mettere dell'ironia nelle scene più atroci e a raccordare perfettamente due attrici diverse in uno stesso personaggio, quello di Anna. Io, da parte mia, ho cercato di assorbire i modi di fare di Stefania "studiando" i suoi capolavori degli anni '60 e '70 da Divorzio all'italiana a C'eravamo tanto amati e Mignon è partita

Virzì, nel film precedente, Tutta la vita davanti, si è confrontato col problema del precariato. Oggi guarda al passato per evitare di dare giudizi politici sull'attualità?
Paolo: «Passo per un regista "politicizzato" ma non mi pare di aver mai preso posizioni che prevalgono sulla mia principale preoccupazione, quella di narrare la storia dei personaggi nel modo più autentico possibile. Certo, dietro quelle storie e quei personaggi c'è la società italiana e le mie idee vengono inevitabilmente fuori perché mi sembrerebbe ipocrita nasconderle. Rimane il fatto, però, che quando faccio i film non scrivo programmi di governo: il militante mi piace farlo nel privato, non come cineasta.»

Virzì a Livorno è di casa e ci tornate sempre volentieri. Come vi ha accolto la città?
Micaela: «Livorno è una città che amo particolarmente, non solo perché è la città di Paolo. È schietta e vera, ma anche poetica e romantica, dà emozioni diverse a seconda che la si guardi dal centro storico o dal porto. E poi ci ha viziato con l'ottima cucina, soprattutto schiacciate e caciucco.»
Paolo: «Sono tornato a Livorno perché avvertivo il bisogno di trovare una patria, una casa, un luogo caro da cui ripartire. Qualcuno dice che il film ricorda Amarcord di Fellini, io non la vedo così: non volevo fare un film nostalgico, nonostante la nostalgia sia un sentimento che mi affascina. Questo film non è un omaggio a una terra, ma alla forza e alla follia romantica di certe donne, al legame speciale che si crea tra madri e figli.»

La prima cosa bella è anche un omaggio alla vitalità, un inno alla gioia. Merito del periodo positivo che state vivendo nel privato?
Micaela: «Capita che le storie narrate sul set coincidano con quello che avviene nella vita. Questo è uno di quei rari casi, ma è stato del tutto casuale.»
Paolo: «È vero, questo film è una festa.»

Paolo è già padre di una figlia ventenne. Micaela lo diventerà per la prima volta tra meno di un mese. Come vi state preparando all'evento?
Micaela: «Il cinema mi ha regalato bellissimi ruoli di madre, da quelle frivole e allo stesso tempo eroiche che ho interpretato per Paolo, alla mamma guerriera e innamorata del suo parrucchiere che ho interpretato per Francesca Archibugi. Mi piacerebbe poter prendere qualcosa da loro, ma so bene che diventare mamma sul serio è tutta un'altra cosa: implica una ricostruzione di se stessi, mentale e fisica, che io sto già attraversando.»
Paolo: «Quando ho avuto Ottavia, la mia prima figlia, avevo appena 24 anni; ero un ragazzino, un babbo immaturo e impreparato. Io e Ottavia, in questi anni, ci siamo sostenuti come fratellini. Adesso i tempi sono cambiati: è più stravagante un padre di vent'anni di uno che ne ha più di quaranta e io mi sento pronto a diventarlo di nuovo.»

Che genitori sarete?
Micaela: «Ancora non lo so bene, di sicuro sarò molto istintiva.»
Paolo: «Più maturo rispetto alla prima volta. Spero solo che quando accompagnerò il bimbo all'asilo non mi scambino per il nonno.»

Condividi:
  • Twitter
  • Facebook
  • Delicious
RISULTATI
Lunghezza massima del commento: 1000 caratteri
Style.it si riserva di cancellare commenti con contenuto diffamatorio o volgare, i messaggi autopromozionali e/o commerciali, oppure in cui vengano indicati dati sensibili o personali (indirizzi mail, numeri di telefono,...).