Morante: «Per Pupi Avati torno nevrotica e innamorata»

15 febbraio 2010 
<p>Morante: «Per Pupi Avati torno nevrotica e innamorata»</p>
PHOTO CORBIS IMAGES

Ancora una donna fragile: Fiamma, moglie tradita e abbandonata al centro del film di Pupi Avati ne Il figlio più piccolo (al cinema dal 19 febbraio), va ad arricchire il parterre di donne nevrotiche impersonate da Laura Morante. Al contrario dei suoi personaggi, nella vita Laura - nipote della scrittrice Elsa Morante - ha movenze eleganti e pacate che infondono serenità. Di primo acchito può sembrare persino un po' austera, o almeno questo ha detto di lei il suo partner sullo schermo, Christian De Sica, intimidito dal fatto di recitare al fianco della musa ispiratrice di Nanni Moretti. Laura Morante, invece, intimidita non si sente affatto. E parla con affetto, ma anche con occhio critico, del suo ultimo lavoro.

Torna sul grande schermo nei panni di Fiamma. Chi è questo nuovo personaggio? «Una donna fortemente problematica, che ogni tanto ha un down, si imbottisce di tranquillanti, va in clinica. Una donna che vive nel culto dell'ex marito che non solo l'ha lasciata, ma l'ha anche fregata. Qualcuno la definisce una terrorista, qualcun altro una donna di estrema fragilità. Tutto dipende dal modo in cui la si guarda».

E lei, come giudica l'amore cieco che Fiamma ha per suo marito?
«Il suo amore e la sua devozione non vacillano mai. Io, da post-femminista, la considero una patologia, non un sentimento positivo».

Ha affiancato Christian De Sica che, per una volta, veste i panni dell'attore drammatico. Come lo ha trovato?
«Bravissimo come al solito. Gli attori, se hanno talento, devono poter fare cose diverse. Io sono convinta che un comico che non ha matrice tragica non fa ridere e che per fare un ruolo tragico bisogna avere talento comico. Non esiste una linea di distinzione e Christian ha dato un'ottima prova di sé».

Com'è stato, invece, il regista Pupi Avati?

«È già il secondo film che facciamo insieme. Come ebbi modo di dire quando Monicelli mi chiamò per la seconda volta, fa piacere essere chiamati e più piacere essere richiamati, perché vuol dire che si è fatto un buon lavoro. Se Pupi mi chiamasse anche la terza volta non mi dispiacerebbe affatto».

Intanto, l'ha chiamata Sergio Castellitto.

«Abbiamo appena finito di girare La bellezza del somaro, basato su una splendida sceneggiatura scritta da Sergio e sua moglie, la scrittrice Margaret Mazzantini. Ora dovrei fare qualcosa in Francia, ma non anticipo nulla».

Visto con gli occhi di chi ci lavora, qual è l'attuale stato di salute del cinema italiano?
«Dipende da cosa si intende per "stato di salute": in genere per fare questa valutazione ci si basa sul numero di biglietti venduti, ma io non conosco gli incassi. Se sono milionari, sono contenta, ma per me la qualità non si giudica sulla base dei biglietti staccati».

Qual è il suo giudizio, indipendentemente dal verdetto del botteghino?
«Credo che in Italia ci siano parecchi buoni registi, tanti buoni attori, ma pochi buoni sceneggiatori. È un mestiere a cui bisogna dare spazio e forza. In Italia abbiamo avuto, in passato, grandi sceneggiatori, come Piero De Bernardi che ci ha lasciato poco tempo fa. È il momento di una rinascita».

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