Matt Damon: «Non è facile trasformarsi in un campione di rugby (e di vita)»

26 febbraio 2010 
<p>Matt Damon: «Non è facile trasformarsi in un campione di rugby
(e di vita)»</p>

Coppa del mondo di rugby, 1995: la squadra sudafricana, sfavorita, conquista il titolo mondiale guidata dal capitano Francois Pienaar. La vittoria è anche simbolica: Nelson Mandela, da poco uscito di prigione ed eletto presidente, aveva scommesso sullo sport per unire la nazione divisa da decenni di segregazione razziale. Nei panni dello statista, per Invictus, il film diretto da Clint Eastwood uscito oggi al cinema, c'è Morgan Freeman, mentre in quelli del capitano della squadra di rugby c'è Matt Damon, con un'inedita capigliatura bionda e molti chili, di muscoli, in più.

Matt, qual è stata la sfida più grande nell'interpretare questo personaggio?
«La prima cosa che mi ha preoccupato è che Francois è enorme, sarei dovuto diventare più alto e molto, molto più grosso per mettermi davvero nei suoi panni. L'altezza, mi ha detto Clint, non era un problema ma sul resto ho lavorato: mi sono allenato molto per credere di poter essere davvero il capitano della squadra di rugby del Sudafrica, e ho dovuto imparare anche l'accento».

È stato difficile?
«Sì, molto, è stato come far fare ginnastica alla mia lingua. Ci sono voluti sei mesi per diventare bravo, facendo esercizi tutti i giorni.
La prima cosa che il mio istruttore mi ha detto, però, è stata di non esagerare: in molti calcano troppo sull'accento, e sembra che sia Frankenstein a parlare».

Ha incontrato Pienaar?
«Sì, appena sono arrivato in Sudafrica. Ha invitato a cena me e Morgan, c'erano anche sua moglie e i suoi due figli, aveva preparato lui stesso un'ottimo menu. Quando ci ha aperto, ho visto che riempiva completamente il vano della porta. La prima cosa che gli ho detto è stata "Tranquillo: sembro più grosso sullo schermo". Ha riso, mi ha abbracciato e mi ha invitato a entrare. Da lì, è iniziata la nostra amicizia».

Cosa l'ha colpita di più in questo ruolo?
«Quando ho letto il copione mi sono detto: non può essere vero. Ho chiamato Clint, e lui mi ha risposto: "Non ci potevo credere neanch'io, ma è tutto vero!. Mi sono impegnato per trasmettere, con la mia interpretazione, l'integrità e il senso di leadership di Francois».

Perché è importante raccontare questa storia?
«Perché è un evento che è bello ricordare, ai sudafricani e a tutto il resto del mondo. Se ascoltiamo la nostra parte buona, ci sono soluzioni creative e positive a ogni problema. È un film che mette di buon umore, e sono felice di aver fatto parte del team che ha raccontato questa storia. Al giorno d'oggi non ci sono tante belle notizie».

Cosa si ricorda dei giorni in cui è stato liberato Mandela?
«Avevo 19 anni, ero all'università. Avevamo tutti un nastro nero con scritto "Liberate Mandela" al braccio, anche chi non sapeva chi era».

Come è stata l'esperienza del Sudafrica?
«Ho portato tutta la famiglia, e ovviamente per le mie figlie più piccole (Isabella e Gia, nate rispettivamente l'11 giugno 2006 e il 20 agosto 2008) non è cambiato molto, un posto vale l'altro. A mia moglie, (Luciana Barroso, sposata a dicembre 2005) però, è piaciuto moltissimo, e anche alla mia figliastra Alexia. Aveva già l'età per capire chi è stato Mandela, così abbiamo organizzato un piccolo corso per lei e alcuni bambini della sua classe, insieme a un insegnante. Hanno potuto incontrarlo e visitare il Sudafrica».

Ha dovuto giocare davvero a rugby?
«Non proprio, abbiamo studiato le azioni del giorno della vittoria e le abbiamo realizzate come fossero coreografie, ma quando Clint urlava: "Improvvisate!", io mi dovevo ritirare. Non potevo rischiare di rompermi il naso e far finire il film».

Come ha fatto ad acquistare una forma così invidiabile? In The Informant era molto appesantito…
«Dopo essermi divertito a prendere peso per un film mi sono messo a lavorare duramente. Facevo sprint, sollevamento pesi, boxe. Chester, il nostro allenatore che faceva parte del team originale, mi ha chiesto: Perché non giochi semplicemente a rugby, fai praticamente le stesse cose».

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