Elena Sofia Ricci, per Ozpetk divento vecchia

15 marzo 2010 
<p>Elena Sofia Ricci, per Ozpetk divento vecchia</p>
PHOTO COURTESY OF O1 DISTRIBUTION

Invecchiata per copione, svampita per esigenze comiche, Elena Sofia Ricci è zia Luciana in Mine vaganti, il film che fa rinascere la commedia all'italiana (nonostante sia firmato dal regista turco Ferzan Ozpetek) e che in aprile sarà - unico italiano - in concorso al Frameline di New York, il festival di Robert De Niro.


Zia Luciana altro non è che il meglio di tre vecchie zie del regista: donna insoddisfatta, molto miope, repressa e per di più dedita all'alcolismo. Strano che a interpretarla sia stata chiamata una delle più belle donne del cinema italiano. Infatti l'ex signora Cesaroni, osannata dalle critiche, con un pizzico di civetteria tiene a precisare: «Ogni giorno mi sottoponevo a sedute di trucco di più di due ore. Ci tengo a dirlo: sono messa male, ma non fino a quel punto».

Ironia a parte, ha avuto difficoltà a guardarsi allo specchio così dimessa e piena di rughe?
«Ma no, faccio molto ridere anche me stessa, non me ne frega niente. Erano almeno dieci anni che aspettavo una chiamata di Ferzan Ozpetek, figuriamoci se potevo dire di no».


Com'è arrivata la convocazione?
«La premessa è che Ferzan è il regista che più mi emoziona al cinema, da spettatrice. Quando mi ha telefonato dicendomi: "Ho un ruolo per te, è piccolo, ma penso tu possa farlo bene", gli ho risposto: "Non voglio nemmeno leggerlo, accetto"».


E sul set, invece, si è creata l'alchimia attore-regista?
«Ferzan ha tirato fuori da me cose che un altro regista non avrebbe nemmeno intuito che io potessi fare. Soprattutto, mi ha dato l'occasione di trasformarmi fisicamente, cosa che ho sempre sognato di fare ma che in Italia non è una richiesta comune».


Ha avuto difficoltà a entrare in questo personaggio così diverso da lei?
«La cosa che più mi piace, del mio mestiere, è cambiare e mettermi in discussione come attrice come donna. Lo dimostra il fatto che sono passata da Pirandello ai Cesaroni. Ho bisogno di confrontarmi con ruoli diversi anche per studiare l'animo umano. Del resto, sono una psicologa mancata».


Zia Luciana è la summa dei tic e dei difetti di tre vecchie zie del regista. E' stato difficile cercare di assomigliare a persone realmente esistite?
«Mi sono sentita molto responsabile nei confronti di queste donne esistite veramente e alle quali, per come me le aveva raccontate Ferzan, ho voluto rendere il mio affettuoso e ironico omaggio. Ferzan è stato molto carino con me perché durante la lavorazione ha allungato la mia parte riempiendola di spessore».


Il risultato?
«Quello che era poco più che un cameo è diventato una donna complessa, struggente perché sola. Una donna che non si è dato il permesso di essere se stessa fino in fondo e che quindi beve. Il personaggio fa ridere, ma è pieno di malinconia ed è piaciuto molto persino alla critica».


Pubblico e critica la amano, ma qual è il suo rapporto con la popolarità?
«Sono grata al pubblico. Se non ci fosse, noi attori nemmeno esisteremmo. Certo, ci sono i problemi di privacy: non si può girare tranquillamente per la città o fare la spesa. Ma è davvero poca cosa rispetto all'affetto e alla gioia che il pubblico e il mestiere ci danno».

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