Tim Burton: «Le scene pazze di Alice sono colpa del mio dentista»

04 marzo 2010 
<p>Tim Burton: «Le scene pazze di Alice sono colpa del mio
dentista»</p>

È esattamente come le sue "creature", Tim Burton: fuori dall'ordinario, o, se si accenna alla capigliatura stile Edward Mani di Forbice, a dir poco eccentrico. Metà del viso è occupato da un ingombrante paio di occhiali con lenti azzurrate, l'abbigliamento invece non riserva sorprese ed è esattamente come te lo aspetti, o meglio come siamo abituati a vederlo, vestito di nero; «Non perché non ami i colori», dice, «ma perché così non divento matto ad abbinarli».

Sia come sia, è l'autore più visionario in circolazione. Ama raccontare storie che si confondono con la vita e nei suoi film, tutti cult, il confine tra realtà e fantasia -un binomio, racconta, che lo affascina fin da quando era bambino- si assottiglia fino a diventare impercettibile. Il suo segreto, a giudicare dal suo essere estremamente alla mano, è essere rimasto in contatto con «Tim bambino» (alla faccia dei suoi 51 anni), amare le favole, divertirsi e soprattutto ridere, come quando ammette: «Quello che mi diverte nel fare un film è la possibilità del disastro imminente, il non sapere se la mia idea funzionerà o meno, e decidere di farla ugualmente».

Sarà, ma la sua versione 3D del classico inglese scritto da Lewis Carroll quasi 150 anni fa, Alice nel Paese delle Meraviglie, rivisitato in live action, performance-capture e animazione, ha tutte le carte in regola per funzionare: in Italia è uscito il 3 marzo, ma raggiungerà tutte le sale solo il 5. Il cast, poi, è composto dai suoi attori feticcio; la compagna-musa Helena Bonham Carter e il "solito" Johnny Depp, e naturalmente la sua Alice, Mia Wasikowska, scelti perché: «Helena ha una grossa testa, perfetta per il personaggio della Regina di Cuori; Johnny ama travestirsi, perciò era perfetto nei panni del cappellaio matto, e Mia perché è un mix di donna e bambina, capace di fare della mia Alice non la solita ragazzina passiva nei confronti di ciò che le accade, come siamo stati abituati a immaginarla, ma una figura carismatica, saggia e curiosa tanto che un bel giorno, in un bel giardino, decide di seguire un misterioso coniglio fin dentro la fossa che la porta a Wonderland».

 

Completi la frase: Alice nel paese delle meraviglie è…

«Un film realistico come quelli di Scorsese! (ride). In realtà si tratta di un mix di idee, riflessioni e immagini che si prestano bene alla realizzazione in 3D, ma fondamentalmente è una favola molto reale che attinge alle emozioni umane e che prende spunto da diversi libri Carroll, come 'Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò'. Questo perché ho visto svariate versioni cinematografiche o televisive di Alice, persino un porno-musical, ma nessuno di questi mi ha mai convinto».

Come mai?

«Perché non riuscivano a trasformare la storia in cinema. Ed è appunto questo il mio tentativo, cercare di dare alla storia una cornice emotiva, mantenendo i personaggi che conosciamo ma ognuno con la sua stranezza mentale e il suo alto umoristico».


A proposito di humour, il suo da dove viene?

«E' parte di me ed è dovuto al fatto che sono cresciuto con la televisione e i film commerciali. Sono tendenzialmente ottimista, non mi piace pensare al mondo in maniera cupa ».

Ma come, Burton fa spesso rima con mondo dark…

«Il motivo è il mio interesse agli opposti che compongono la nostra esistenza: la vita e la morte, la luce e il buio. Noi siamo il prodotto di questi contrasti. Io non ho mai pensato a me come una persona completamente positiva o negativa, e non sono mai stato solamente felice o triste, ma un misto dei due».


Scelga: realtà o fantasia?

«Tutte e due. Perché ciò che si pensa irreale può essere reale e viceversa. La fantasia è utile per diventare persone in grado di guardare la vita in maniera diversa e articolata, e sfuggire da una visione unilaterale della realtà. Mi affascina il rapporto di queste due dimensioni: nelle storie fantastiche puoi trovare la realtà, è la mia filosofia di vita… l'ho elaborata a scuola da bambino, per via dei miei scarsi risultati in matematica».

Non le piacevano i numeri?
«No, perché ammettono un'unica soluzione. Preferivo materie e professori che mi spingevano a guardare le cose da diverse angolazioni. Questo è utile per stimolare la creatività».


Era un bravo bambino?

«Facevo tutto quello che facevano gli altri bambini: andavo al cinema, giocavo, e disegnavo molto. Tutte cose che continuo a fare ancora adesso!».

Ora ci tolga una curiosità: come mai nei suoi film si vedono spesso dei marchingegni spaventosi?
«Oh, quella è tutta colpa del dentista».


Come?

«Sono stato molte volte dal dentista e mi sono trovato sempre imprigionato in quella sua poltrona, che sembra comoda, ma è una specie di mostro, una trappola di metallo da dove sbucano arnesi spaventosi e rumorosi. Purtroppo quella non è fantasia, il male lo senti davvero».

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RISULTATI
cristina 80 mesi fa

Tim ci restituisce la realtà arricchita dalla magia del suo sguardo...i love him!!!

the Tramp 81 mesi fa

Grandissimo Tim: un visionario che ci fa sognare con ogni suo lavoro. Non crescere mai, mi raccomando!

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