Shadow, il lato oscuro di Federico Zampaglione

06 maggio 2010 
<p><em>Shadow</em>, il lato oscuro di Federico Zampaglione</p>
PHOTO COURTESY OF PAROLE & DINTORNI

Se siete fan dei Tiromancino dimenticate le note sentimentali delle loro canzoni. Come ha dichiarato lo stesso Federico Zampaglione, voce e anima del gruppo: «Nonostante sia un cantante melodico, in Shadow ho espresso il mio lato più cupo». Shadow (Ombra) è il suo primo film horror , che, dopo aver ricevuto la benedizione del maestro Dario Argento e raccolto consensi nei festival di genere di mezzo mondo, uscirà nelle sale italiane il 14 maggio.

Per Zampaglione non si tratta della prima volta dietro la macchina da presa: nel 2006 aveva diretto Nero Bifamiliare, commedia nera con Claudia Gerini, sua compagna. Stavolta, al posto dell'attrice romana c'è un cast internazionale e il grottesco quadro metropolitano è rimpiazzato da un'ambientazione gotica rigorosamente notturna, fatta di boschi, nebbia, crepacci e improvvisi acquazzoni. Ma a rendere l'atmosfera davvero agghiacciante è la presenza di Morthis, inquietante rappresentazione della Morte impersonata (alla perfezione, anche a detta dei colleghi) dall'esile ballerino svizzero Nuot Arquint (ogni suo sguardo vi farà raggelare il sangue).

Gli spettacolari paesaggi montuosi sembrano rimandare a territori lontani, ma sono italianissimi (il film è stato girato sul Tarvisio), così come la fotografia, che sembra opera di stranieri, mentre è dell'italiano Marco Bassano.

Protagonista (e vittima) del racconto è David (Jake Muxworthy), un giovane soldato di ritorno dalla guerra in Iraq che, per liberarsi dagli incubi del fronte, decide di intraprendere un viaggio in solitario per l'Europa, a bordo della sua mountain-bike. Ma l'avventura, per lui, si trasformerà in un incubo ancora più angosciante.

«Non c'è stato nulla da inventare: Shadow è un horror "reale"», ha precisato Zampaglione alla presentazione del film, ieri a Milano. «L'orrore non è fine a se stesso, ma rimanda agli incubi realmente vissuti dai soldati di ritorno da qualunque conflitto».

La pensa così anche Arquint: «L'horror ce lo propinano ogni giorno, in televisione: solo che spesso, quando ne parlano, noi siamo davanti a un piatto di spaghetti e non ce ne accorgiamo».

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