Esce Prince of Persia, bel ritmo ma Jake Gyllenhaal non è Jack Sparrow

19 maggio 2010 
<p>Esce <em>Prince of Persia</em>, bel ritmo ma Jake Gyllenhaal non
è Jack Sparrow</p>

Diciamolo subito: e sì che i produttori sono quelli de I pirati dei Caraibi, ma per quanto carino e simpatico, Jake Gyllenhaal non è Johnny Depp e, soprattutto, il suo Prince of Persia Dastan non è Jack Sparrow. E in film come questi, ciò può fare la differenza.

Il disneyano Prince of Persia: Le sabbie del tempo, ispirato all'omonimo videogame, esce oggi nelle sale. Ambientato ai tempi dell'impero di Persia (per modo di dire, la Storia con la maiuscola c'entra poco e niente), il film ha per protagonista Dastan, un orfanello che, da piccolo, in virtù del suo coraggio, viene adottato dal re di Persia e accolto a corte come suo terzo figlio. Quindici anni più tardi, il re viene ucciso e Dastan accusato dell'omicidio. Inizia così la sua fuga tra le dune del deserto (quello del Marocco, dov'è stato girato il film), in compagnia di Tamina (Gemma Anterton), bella principessa di Aramut che abbandona la sua città una volta che questa viene saccheggiata dai Persiani. Dopo un'ora di corse e inseguimenti spettacolari, salti acrobatici, lanci di coltelli - con un Jake Gyllenhaal (o chi per lui) un po' Rambo, un po' Matrix e persino un po' Kung Fu Panda - si scopre che l'obiettivo dell'assalto, nonché il fulcro della rappresaglia familiare, sono le Sabbie del tempo e non le presunte armi segrete (di distruzione di massa?) detenute dalla corte di Aramut. Le sabbie del tempo sono un «dispositivo magico» (Jake/Daston dixit), dono degli dei, il cui controllo consente di riavvolgere il tempo e cambiare il corso degli eventi, determinando, qualora capitassero in mani sbagliate, la distruzione dell'umanità (il compito di salvarla spetta ovviamente a Dastan e Tamina). «Dispositivo» non è l'unico termine anacronistico utilizzato nel film. Tra un'allusione sessuale e una battuta maliziosa, c'è anche spazio per parole come «esentasse» e «piccoli imprenditori».

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