La nostra vita di Luchetti scorre tra cantieri e Vasco Rossi

20 maggio 2010 
<p><em>La nostra vita</em> di Luchetti scorre tra cantieri e Vasco
Rossi</p>

Il nuovo film di Daniele Luchetti, La nostra vita, presentato con successo oggi a Cannes (in concorso) e da domani nelle sale, non sembra neanche un film. È più «vero» di un documentario, tanto sono veri i personaggi (nel loro modo semplice ma umanissimo di parlare, vestire, intendere le cose), i luoghi (quelli delle «moderne borgate» romane in costruzione perenne), la fotografia che inquadra la routine quotidiana: il lavoro, i figli, il pranzo la domenica con i parenti, il gelato al centro commerciale, la mamma che dice sempre di «no».

Poi però all'improvviso la mamma ( Isabella Ragonese) viene a mancare  - muore dando alla luce il terzo figlio - e a Claudio (Elio Germano), giovane palazzinaro rimasto solo con tre bambini, aiutato dal fratello Piero/Raoul Bova (un tenero «orso» imbranato con le donne) e dalla sorella Loredana/Stefania Montorsi (è sua una delle frasi cult del film: «I tacchi alti sono come i parenti: sono scomodi ma aiutano»), tocca inaspettatamente fare i conti con il dolore. Un dolore che lui, Anima fragile (come la canzone di Vasco che canta a squarciagola durante i funerali della moglie, in uno dei momenti più toccanti del film), prova a superare con i soldi, comprando beni, ostentando ricchezza («oggi far vedere è tutto»): come se la «roba» lo possa rendere più forte.

Ma Claudio è solo un pretesto per rappresentare la nostra ossessione per il denaro. Glielo fa notare anche Gabriela, la donna rumena con cui consuma un fugace incontro: «Voi italiani non pensate ad altro che ai soldi. E questo rende tutto più brutto». E tutti più bruti, verrebbe da aggiungere.

Perché l'avidità spinge anche le anime fragili a fare cose che mai si sarebbero sognate: occultare un cadavere per non fermare i lavori nel cantiere, chiudere un occhio su un tetto che «perde» pur di rispettare i tempi di consegna. In quelle periferie dove lo sfruttamento degli operai clandestini (che se la danno a gambe appena scorgono una divisa), l'evasione totale («Ma l'edilizia è tutta un impiccio!», si difende Claudio), il lavoro sommerso («Tranquillo, siamo gente per bene noi: lavoriamo solo in nero») sono l'ovvia ordinarietà, la sola che si possa prendere in considerazione. Là dove l'onestà è un concetto astratto non ci sono più né buoni né cattivi, perché pure il vicino di casa spacciatore (un eccezionale Luca Zingaretti) merita un alibi: «E che deve fare, poverino, non ha neanche la pensione» - «E ci credo, ha sempre fatto il ladro!», si dicono Claudio e Loredana in uno dei tanti dialoghi (sur)reali del film.

In un contesto così, i veri protagonisti sono gli ultimi, quelli che un tempo erano chiamati proletari, e che oggi non hanno più neanche un nome.

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