Prima o poi qualcuno dovrà studiarlo, ma seriamente, il fenomeno
Twilight. Dovrà spiegare, e sul serio, il motivo per cui,
in un'epoca di sex addiction, di tripudio
dell'ammiccamento selvaggio, di seduzione e proliferazione di
sex toys, orde di adolescenti in tutto il mondo (insieme a
mamme e nonne) si siano appassionate a una saga dove il sesso è
(apparentemente?) tabù. Ma forse la risposta l'abbiamo già
data.
Proprio in Eclipse - terzo capitolo cinematografico
della fortunata saga di Twilight firmata dall'americana
Stephenie Meyer (100 milioni di copie in più di 50
Paesi), dal 30 nelle sale - si celebra il trionfo del chi va
là . Emblematica la scena in cui lei (Bella, l'umana) e lui
(Edward, l'etereo vampiro), giovani, belli e innamoratissimi si
ritrovano finalmente soli (dopo 1200 pagine e cinque ore di
film), di notte, a casa (e che casa) di lui. Lei sembra avere le
idee chiare al punto che, appena arrivata, si dirige lesta in
camera da letto. I due si sdraiano, si abbracciano, si baciano, si
sfiorano, lei dice: «Ti voglio», ma proprio quando ogni inibizione
sembra ormai sciolta, lui frena: «Anch'io ti desidero, ma prima
voglio sposarti, come si addice a un uomo della mia età» (che, per
i non addicted, è stimata intorno ai 109 anni effettivi,
17 apparenti). Un uomo di altri tempi, insomma, fedele al
protocollo: all'improvviso s'inginocchia per impalmare la sua Bella
con l'anello (ottocentesco) della madre. E noi, che avevamo creduto
che la ritrosia carnale di Edward fosse riconducibile alla
(romantica) preoccupazione di non nuocere all'amata mortale (la
vicinanza fisica ne avrebbe potuto risvegliare la natura
sanguisuga), apprendiamo che invece il «problema» è di carattere
morale. E il dubbio è lecito: nella inflessibile condotta del
vampiro la scrittrice Meyer avrà voluto proiettare la sua
(rigida) educazione mormona?
Ciò che è certo è che Twilight potrebbe essere adottato
come il manifesto di un ideale americano di castità tanto caro al
governo repubblicano e conservatore di George
W.Bush quanto a quello democratico e progressista di
Barack Obama, entrambi fautori di programmi
statali che predicano l'astinenza come migliore strumento di
contraccezione (!) e prevenzione dalle malattie veneree. Del resto:
«Non preoccuparti, sono vergine!» proclama Bella al padre
imbarazzato in procinto di illustrarle i rischi connessi alla
pratica sessuale.
Di sesso non se ne fa, eppure la storia trasuda di eros lo
stesso, tanto dallo sguardo languido, ancorché arancione, di
Robert Pattinson, quanto dai muscoli prominenti
del licantropo Taylor Lautner (a torso nudo
persino durante una tormenta di neve). E il segreto del successo
probabilmente risiede proprio qui: nel fatto che Bella si ritrova
contesa tra il prototipo del micio e quello del macho, in una
tensione erotica costante, che la spinge addirittura nelle braccia
dell'altro, sotto gli occhi di lui. La storia ha tutte le
caratteristiche di una favola, con protagonista la fanciulla in
pericolo bisognosa di protezione, ma ha in più l'ingrediente
neofemminista del girl power, visto che alla fine la
scelta spetta a lei.
Il finale è già scritto (nel quarto volume), e lei sceglierà
lui. E questo è già un lieto fine: coi tempi che corrono
sarebbe stato molto più probabile che lui scegliesse
l'altro.