L'intervista-rivelazione al regista, in esclusiva a Vanity Fair

28 luglio 2010 
<p>L'intervista-rivelazione al regista, in esclusiva a <em>Vanity
Fair</em></p>
PHOTO LAPRESSE

Lo ha intitolato «Happy family» e lo ha dedicato a «A chi ha paura» (di tutto: malattie, omossessualità, perdite, odori...). Nell'equilibrio fra felicità e timore, Gabriele Salvatores ha costruito una storia milanese dove le vite si intrecciano e un narratore cerca di dar loro un senso. E queste vite un senso ce l'hanno. Fra tutte, dal suo film, ne scegliamo uno: quella di un avvocato cinquantenne (Fabrizio Bentivoglio), ricco e appagato, cui hanno appena detto che ha un tumore inguaribile. Una notizia che però non abbatte ne lui nè il tono da commedia che colora Happy Family. Il fatto è che di malattia, del confine tra la vita e la morte, Salvatores ha anche un'esperienza personale, che si porta dietro da trent'anni e di cui è pronto a parlare.

Che cosa ha rappresentato la sua malattia?
«Trent'anni fa, il Teatro dell'Elfo, che per me era la casa, la famiglia, si stava sciogliendo. Tornando da teatro una sera non mi sento bene, la mattina vado a farmi vedere e scoprono che nel sangue ho una quantità di piastrine molto più alta del normale. Le piastrine aggregano i globuli rossi: l'Elfo si disgregava, io aggregavo il più possibile. Avevo 30 anni, mi dissero che era leucemia, che non sarei arrivato a 35. Ero preoccupato, anche se quelli veramente spaventati erano i miei genitori».

Dov'è stato ricoverato?
«A Milano, al Policlinico. All'inizio non c'era posto, poi si è liberato un letto ed ho scoperto che era quello di Demetrio Stratos, che aveva fatto anche le musiche del mio Satyricon. Due mesi dopo, quando sono uscito dall'ospedale, era il giorno di commemorazione della sua morte».

In quei due mesi lei come reagì?
«Ogni giorno mi facevano nuove analisi, e ogni analisi poteva significare o che avevo la leucemia o che non ce l'avrei fatta: era una porta che continuamente si apriva e chiudeva sull'ignoto»...

Dai medici voleva sapere tutto?
«Non sapevano quasi nulla, ero un caso strano. Mi feci prestare da un amico medico il suo libro di ematologia e sulle piastrine c'era pochissimo. Però mi fu utile, perché allora negli ospedali universitari il paziente non era che un caso di cui il professore parlava con gli studenti, senza che l'interessato potesse capirci qualcosa, essere informato».

Alla fine di che cosa si trattava?
«Policitemia. Ancora oggi, ogni tre mesi, vado a fare gli esami, ma non ho problemi, prendo solo degli antiaggreganti. E due volte l'anno faccio un salasso, che trovo una cosa molto romantica: non ci sono più le sanguisughe come nell''800, ma nella mia fantasia resta quella cosa che faceva chi viveva forti emozioni. Il check-up è un po' noioso, però è molto istruttivo: esci dall'ospedale pensando che sei proprio fortunato. Perché questo insegna la malattia: che- per quanto tu possa stare male- non sei il centro del mondo».

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RISULTATI
Polly 77 mesi fa

Auguri!

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